BE FURIOS WITH US

Il 28 settembre  siamo tornate  nelle piazze di tutta Italia per la giornata internazionale per l’aborto libero, sicuro e gratuito perché in questo scenario politico, tra guerre, crisi economica,climatica e campagna elettorale, i nostri corpi continuano ad essere un campo di battaglia.

La libertà di abortire significa per noi poter scegliere sui nostri corpi e sulle nostre vite, e per questo vogliamo lottare contro tutte le condizioni che ce lo impediscono.

Gli attacchi e le restrizioni all’aborto sono attacchi diretti a donne, persone con capacità gestante, persone migranti e senza reddito. Lo sappiamo che la violenza è più brutale sui corpi di chi vive in una regione in cui il tasso di obiezione è altissimo e non ha un reddito per spostarsi, sui corpi di chi ha un’identità di genere non conforme e sui corpi di scappa dalla guerra.

Siamo furios3 perché in tutto il mondo non è possibile abortire in sicurezza e ciò significa la morte per milioni di persone (22 milioni all’anno).

In Italia la legge 194, che disciplina l’accesso all’aborto, permette l’obiezione di coscienza del personale medico, che nel nostro paese arriva quasi al 70%. I consultori pubblici sono stati progressivamente ridotti, dagli anni 70 ad oggi: sono adesso molto meno di un consultorio ogni 20.000 abitanti. Non si investe sull’educazione sessuale e all’affettività e sulla contraccezione gratuita. Quando decidiamo di abortire,siamo stigmatizzat3 e colpevolizzat3 e il percorso per acccedere all’IVG diventa più difficile. Rivendichiamo con forza che non ci pentiamo di aver abortito e che continueremo a farlo.

Siamo furios3 perché la nostra libertà di scelta è messa ancora più sotto attacco da venti reazionari che soffiano da Stati Uniti, Ungheria, Polonia, Malta. Anche in Italia assistiamo a un rilancio della triade “Dio, patria e famiglia”, declinata nelle forme più sessiste, razziste, omolesbobitransfobiche e abiliste, che impone rigidi ruoli di genere e assegna alle donne il compito della riproduzione e della crescita della nazione bianca, patriarcale e eterossessuale.

Siamo furios3 perché l’attacco all’aborto si rafforza in un momento di crisi economica e sociale, estremizzata dalle conseguenze di una guerra che riduce i salari con l’inflazione, alimenta la crisi energetica, ci impoverisce e ci rende più ricattabili. Scendiamo in piazza perché a questa crisi corrisponde un aumento incessante dei femminicidi, degli stupri, della violenza maschile contro le donne e della violenza omolesbobitransfobica, della violenza razzista.

Saremo in piazza tre giorni dopo le elezioni perché non vogliamo un patriarcato conservatore, e non ci accontentiamo di un patriarcato democratico.

La destra conservatrice strumentalizza la violenza sulle donne per portare avanti politiche razziste e vuole rafforzare il controllo sui nostri corpi e sulla nostra sessualità. Ci impone la maternità e il lavoro di cura in cambio di briciole, mentre ci spinge a lavorare sottopagate, promettendo sgravi fiscali a Confindustria . I democratici promettono diritti e libertà civili in cambio di politiche che continuano a peggiorare le nostre condizioni di vita.

Vogliamo essere libere di scegliere, e perciò rifiutiamo queste finte alternative. Vogliamo lottare per mettere fine alla violenza patriarcale, razzista, coloniale, omolesbobitransfobica, abilista e classista che trova nella guerra e nelle sue conseguenze la massima espressione.

 

Noi ci vogliamo viv3 e liber3.

 

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo non possiamo accettare la mancanza di uno stato di welfare

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo vogliamo un reddito di autodeterminazione

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo non possiamo accettare la guerra e le sue conseguenze

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo vogliamo un permesso di soggiorno senza condizioni

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo vogliamo più finanziamenti ai consultori, ai centri antiviolenza, all’educazione sessuale nelle scuole e alla contraccezione gratuita

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo vogliamo un aborto libero, sicuro e gratuito

 

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo vogliamo molto di più della 194.

 

Vogliamo la libertà di decidere sul nostro corpo, vogliamo che l’attenzione alla vita sia attenzione all’autodeterminazione per tutte le persone.

 

Sosteniamo il personale medico e infermieristico che con tenacia cerca di arginare le difficoltà causate dall’elevato tasso di obiezione. Sosteniamo tutte le persone e le organizzazioni che forniscono informazioni, accesso alle pillole abortive e servizi di assistenza all’aborto. Ci riuniamo in sorellanza da ogni angolo del mondo per imparare, sostenerci a vicenda e lavorare insieme per rivendicare il diritto all’aborto sicuro.

 

Per tutto questo è necessario scendere in piazza, perchè siamo furios3, non ne possiamo più e vogliamo rilanciare un percorso che va verso e oltre il 28 settembre, per costruire insieme una lotta che sia davvero di tutt3 e fare risalire insieme la marea.

 

AMORE E RABBIA

Non una di meno

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Per l’aborto libero, sicuro e gratuito

💥IL 28 SETTEMBRE TORNIAMO NELLE PIAZZE: FURIOS3_RISALE LA MAREA Per l’aborto libero sicuro e gratuito – cerca nell’evento l’appuntamento nella città più vicina!💥

📢 Il 28 settembre torniamo nelle piazze di tutta Italia per la giornata internazionale per l’aborto libero, sicuro e gratuito perché in questo scenario politico, tra guerre, crisi economica,climatica e campagna elettorale, i nostri corpi continuano ad essere un campo di battaglia.

Lottare per la libertà di abortire significa per noi poter scegliere sui nostri corpi e sulle nostre vite, e contro tutte le condizioni che ce lo impediscono.
Gli attacchi e le restrizioni all’aborto sono attacchi diretti a donne, persone con capacità gestante, persone migranti e senza reddito. Lo sappiamo che la violenza è più brutale sui corpi di chi vive in una regione in cui il tasso di obiezione è altissimo e non ha un reddito per spostarsi, sui corpi di chi ha un’identità di genere non conforme e sui corpi di scappa dalla guerra.
📛 Siamo furiosə perché in tutto il mondo non è possibile abortire in sicurezza e ciò significa la morte per 22 milioni di persone all’anno.
⛔ In Italia la legge 194, che disciplina l’accesso all’aborto, permette l’obiezione di coscienza del personale medico, che nel nostro paese arriva quasi al 70%. I consultori pubblici sono stati progressivamente ridotti, dagli anni 70 ad oggi: sono adesso molto meno di un consultorio ogni 20.000 abitanti. Non si investe sull’educazione sessuale e all’affettività e sulla contraccezione gratuita. Quando decidiamo di abortire,siamo stigmatizzatə e colpevolizzatə e il percorso per acccedere all’IVG diventa più difficile. Rivendichiamo con forza che non ci pentiamo di aver abortito e che continueremo a farlo.
⚡ Siamo furiosə perché la nostra libertà di scelta è messa ancora più sotto attacco da venti reazionari che soffiano da Stati Uniti, Ungheria, Polonia, Malta. Anche in Italia assistiamo a un rilancio della triade “Dio, patria e famiglia”, declinata nelle forme più sessiste, razziste, omolesbobitransfobiche e abiliste, che impone rigidi ruoli di genere e assegna alle donne il compito della riproduzione e della crescita della nazione bianca, patriarcale e eterossessuale.
⚡ Siamo furiosə perché l’attacco all’aborto si rafforza in un momento di crisi economica e sociale, estremizzata dalle conseguenze di una guerra che riduce i salari con l’inflazione, alimenta la crisi energetica, ci impoverisce e ci rende più ricattabili, inasprisce le condizioni della riproduzione sociale alimentando la divisione del lavoro e il suo sfruttamento in chiave sessista e razzista.
🔴 Scendiamo in piazza perché a questa crisi corrisponde un aumento incessante dei femminicidi, degli stupri, della violenza maschile contro le donne e della violenza omolesbobitransfobica, della violenza razzista.
Saremo in piazza tre giorni dopo le elezioni perché non vogliamo un patriarcato conservatore, e neppure un patriarcato democratico, il patriarcato vogliamo abbatterlo!
⚠ La destra conservatrice strumentalizza la violenza sulle donne per portare avanti politiche razziste e vuole rafforzare il controllo sui nostri corpi e sulla nostra sessualità. Ci impone la maternità e il lavoro di cura in cambio di briciole, mentre ci spinge a lavorare sottopagate, promettendo a confindustria sgravi fiscali. I democratici promettono diritti e libertà civili in cambio di politiche che continuano a peggiorare le nostre condizioni di vita.
❌ Vogliamo essere libere di scegliere, e perciò rifiutiamo queste alternative. Vogliamo lottare per mettere fine alla violenza patriarcale, razzista, coloniale, omolesbobitransfobica, abilista e classista che trova nella guerra e nelle sue conseguenze la massima espressione.
Noi ci vogliamo vivə e liberə.
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo non possiamo accettare la mancanza di uno stato di welfare
🔻 Ci vogliamo vivə e liberə, per questo vogliamo un reddito di autodeterminazione
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo non possiamo accettare la guerra e le sue conseguenze
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo vogliamo un permesso di soggiorno senza condizioni
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo vogliamo più finanziamenti ai consultori, ai centri antiviolenza, all’educazione sessuale nelle scuole e alla contraccezione gratuita
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo vogliamo un aborto libero, sicuro e gratuito
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo vogliamo molto di più della 194.
⚧ Vogliamo la libertà di decidere sul nostro corpo, vogliamo che l’attenzione alla vita sia attenzione all’autodeterminazione per tutte le persone.
🩺 Sosteniamo quel personale medico e infermieristico che con tenacia cerca di arginare le difficoltà causate dall’elevato tasso di obiezione. Sosteniamo tutte le persone e le organizzazioni che forniscono informazioni, accesso alle pillole abortive e servizi di assistenza all’aborto. Ci riuniamo in sorellanza da ogni angolo del mondo per imparare, sostenerci a vicenda e lavorare insieme per rivendicare il diritto all’aborto sicuro.
🔥 Per tutto questo è necessario scendere in piazza, perchè siamo furiosə, non ne possiamo più e vogliamo rilanciare un percorso che va verso e oltre il 28 settembre, per costruire insieme una lotta che sia davvero di tuttə e fare risalire insieme la marea.

AMORE E RABBIA

Non una di meno

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MAPPATURA FARMACIE FIRENZE E DINTORNI

     

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BENVENUTA GRETA

⁉️Chi è Greta e perché abbiamo sentito la sua mancanza.⁉️

🔥Nonostante la 194 sia in vigore ormai da anni la strada verso il diritto all’aborto libero, gratuito e garantito è ancora lunga e lastricata di lotte.
L’obiezione di coscienza e i definanziamemti al servizio sanitario nazionale impongono ancora a troppe donne e soggettività non binarie una maternità non scelta e non voluta, costellata di giudizio sociale e solitudine.
Se vuoi abortire o sei un’assassina o sei una poveretta.
Greta nasce proprio per rompere questo solitudine, questo stigma che ci vuole sole e sofferenti in una società che ha pretese sui nostri corpi.
Greta è un gruppo di donne che si aiuta e supporta a vicenda, che si ascolta e riconosce l’una nell’altra, che lotta affinché lo slogan “IL CORPO È MIO E DECIDO IO” non sia solo uno slogan ma una pratica quotidiana di lotta e autodeterminazione.

💥Per questo e molto altro vi invitiamo giovedì 9 giugno alle 19:30 in Piazza Tasso a conoscere Greta e, soprattutto, a condividere le proprie esperienze e i propri portati affinché sia possibile per tutte dotarsi di strumenti collettivi.
Vogliano scegliere noi se essere madri o se essere donne è soggettività non binarie libere di usufruire dell’interruzione volontaria di gravidanza senza dover per forza farne un calvario o una cicatrice emotiva profonda.

💜Insieme ci prendiamo cura le une delle altre.
Insieme cambiamo il mondo.

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NESSUNA BASE PER NESSUNA GUERRA – MANIFESTAZIONE NAZIONALE

Il 2 giugno eravamo a Coltano insieme ad altre 10 mila persone non per dire che non vogliamo basi militari vicino a casa nostra ma per dire che non vogliamo basi militari punto. I nostri territori hanno bisogno di altro e quei fondi, invece che sprecarli per soddisfare l’arma, devono essere investiti in sanità, istruzione, centri antiviolenza e moltissime altre cose reali e concrete.
Ma non nella guerra.
I nostri corpi e la terra che ci ospita non sono in vendita o alla mercè del più forte e la retorica bellicista sui corpi delle sorelle russe e ucraine non ci trae in inganno.
💫A Coltano è solo l’inizio, e che inizio, di una lotta necessaria verso un mondo e una società migliori in cui tuttə ci rivediamo e a cui tuttə daremo supporto e voce.
📢Nessuna villetta per i militari
Noi vogliamo case, scuole ed ospedali📢
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SCUSATE IL DISTURBO, CI STANNO AMMAZZANDO

Ogni 8 del mese, da ormai un anno, piazza Santissima Annunziata è diventato il luogo in cui ritrovarsi per ricordare le donne uccise per mano di un marito, compagno, fidanzato, familiare. Uomini che le vedevano come un oggetto da possedere tanto nella vita quanto nella morte.

Per ricordare ogni femminicidio e transicidio, viene simbolicamente appeso un lucchetto e un fazzoletto fucsia – un pañuelo, simbolo della lotta femminista – che riporta il nome e la data in cui quella vita è stata interrotta da un atto violento.
La stessa azione viene ripetuta in molte città in tutta Italia, per rendere visibile il fenomeno della violenza sulle donne. I lucchetti sono stati simbolicamente scelti proprio perché richiamano le coppie innamorate, che li attaccano su ponti e grate, ma ormai sappiamo che proprio nella coppia e nell’ideale dell’amore romantico si annida la violenza: la gran parte dei femminicidi sono infatti casi di violenza domestica.
Martedì 8 marzo 2022, durante la manifestazione per lo sciopero femminista e transfemminista, a Firenze in piazza Santissima Annunziata c’erano più di 120 lucchetti e pañuelos. La mattina dopo non c’erano più: erano stati rimossi il 9 mattina dai vigili urbani, armati di flessibile.
Ci chiediamo se mentre facevano tutto questo, mentre toglievano lucchetti e pañuelos, si siano fermati a leggere quei nomi.
Avrebbero mai rimosso una lapide? Ci avrebbero mai sputato sopra?
Avrebbero mai calpestato un monumento alla memoria?
Perché questo era e tornerà ad essere quella installazione.
È memoria viva. Atto di cura. Monito. Accusa. Gesto condiviso. Rito di sorellanza.
Come Non Una di Meno Firenze, riteniamo che l’amministrazione abbia compiuto un grave atto di violenza istituzionale: la retorica del decoro cittadino non può infatti cancellare il ricordo di quelle morti, così come non può negare alla comunità di Firenze il diritto di scegliere dal basso un luogo in cui ritrovarsi e far sentire la propria voce contro la violenza maschile sulle donne.

Riteniamo che questo atto sia esso stesso espressione della violenza sulle donne , l’ennesimo tentativo di invisibilizzare questo fenomeno e di silenziare le donne e le soggettività che contro di esso stanno lottando: non diteci che è solo una coincidenza che sia stato fatto proprio il giorno dopo l’8 marzo. Crediamo invece che sia l’ennesimo segnale delle politiche del sindaco Dario Nardella , che da anni sta limitando in città l’agibilità politica dei movimenti: dalle restrizioni ai cortei nelle strade del centro fino all’uso della violenza per sgomberare le studentesse e le altre soggettività che avevano cercato di aprire uno spazio liberato in città proprio l’8 marzo.

Dopo l’attacco dell’amministrazione comunale, guidata da Nardella, che all’alba del 9 Marzo ha rimosso tutti i lucchetti e panuelos in ricordo delle vittime di femminicidio, siamo tornate  a riprendere lo spazio che è nostro. Quello della sorellanza, quello della cura, quello della memoria e della lotta.

Nei giorni successivi in Piazza della Signoria, mentre fuori dall’aula in cui era in corso il consiglio comunale, coi nostri corpi, la nostra rabbia, il nostro grido per tuttə quellə che più non hanno voce

Ogni 8 del mese, da ormai un anno, piazza Santissima Annunziata è diventato il luogo in cui ritrovarsi per ricordare le donne uccise per mano di un marito, compagno, fidanzato, familiare. Uomini che le vedevano come un oggetto da possedere tanto nella vita quanto nella morte.
Per ricordare ogni femminicidio e transicidio, viene simbolicamente appeso un lucchetto e un fazzoletto fucsia – un pañuelo, simbolo della lotta femminista – che riporta il nome e la data in cui quella vita è stata interrotta da un atto violento.
 Martedì 8 marzo 2022, durante la manifestazione per lo sciopero femminista e transfemminista, a Firenze in piazza Santissima Annunziata c’erano più di 120 lucchetti e pañuelos.
La mattina dopo non c’erano più: erano stati rimossi il 9 mattina dai vigili urbani, armati di flessibile.
Così abbiamo scelto di essere sotto il consiglio comunale, nello stesso momento in cui in aula un Question time domanda chi e perché ha rimosso quei lucchetti.
Abbiamo scelto di esserci non col nostro volto, ma coi nostri corpi. Perché la violenza vissuta da una ci riguarda tutte. Perché il decoro non giustifica la cancellazione della memoria dei femminicidi. Perché siamo sempre noi ad essere considerate indecorose: troppo libere, troppo silenziose, troppo svestite, troppo pudiche, troppo irriverenti. Anche da morte. Anche quando un lucchetto ricorda che siamo state uccise.

Crediamo che una città sia costruita e trasformata prima di tutto da chi la vive. L’installazione di lucchetti e pañuelos in piazza Santissima Annunziata nasce dalla volontà dell’assemblea di Non una di meno – Firenze insieme alle donne, persone trans, femministe e transfemministe di questa città. Crediamo che il governo di questa città debba formalizzare l’installazione in piazza Santissima Annunziata come tributo di memoria, cura e lotta alle vittime di femminicidio, e tributo a tutte coloro che lottano ogni giorno per sopravvivere alla violenza maschile sulle donne.

Abbiamo deciso di essere il grido altissimo e feroce per tutte coloro che più non hanno voce. Oggi facciamo irruzione nel decoro della città con i nostri corpi. Non vogliamo essere decorose, vogliamo essere vive. E finchè la violenza maschile continuerà a spezzare le nostre vite, non smetteremo di essere furiose, indecorose e libere.

Infine siamo state  di nuovo in Piazza Non Una Di Meno (Santissima Annunziata) per rimettere finalmente tutti i lucchetti e i fazzoletti fuxia a simbolo dei transcidi e dei femminicidi del 2021 e dei primi mesi del 2022 che, per ordine del Comune di Firenze e del sindaco Dario Nardella, erano stati tolti con il flessibile la mattina dello scorso 9 marzo, il giorno dopo dello sciopero globale transfemminista contro la violenza sulle donne.

A Dario Nardella , alla sua giunta e alla sua fissa per una città decorosa ma morta e alla mercé dei grandi capitali e del turismo mordi e fuggi rispondiamo con la pratica dal basso del Rito di sorellanza e con il fuoco della nostra rabbia, perché le storie di chi non c’è più sono le nostre, perché non ci accontentiamo di un drappo rosso sul David o di un’ennesima panchina rossa, perché siamo ogni giorno il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce!

La nostra lotta continuerà

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L’otto marzo abbiamo scioperato dal lavoro produttivo e riproduttivo

Abbiamo scioperato nei pressi della sede di  Confindustria, l’associazione simbolo del lavoro d’impresa.  Durante la pandemia non sono mancate le dichiarazioni di esponenti di confindustria che rimarcavano: al primo posto le imprese, a ogni costo, anche al costo della salute di lavoratori e lavoratrici. L’importante è sempre stato che la macchina produttiva continuasse ad andare, anche quando le persone si ammalavano, finivano in ospedale, morivano. 

A fare le spese della retorica sul lavoro in pandemia sono come sempre e soprattutto le donne. Del totale delle persone che hanno perso il lavoro in pandemia oltre il 70% sono donne, sia native che ancora di più migranti, con e senza documenti. Siamo noi a aver rinunciato al lavoro per stare dietro ai figli, lasciati a casa dalla dad, noi ad aver dovuto lavorare il triplo per tenere insieme lavoro e famiglia, noi ad aver colmato i buchi di welfare e servizi. Il motivo per cui sono sopratutto le donne ad aver perso il lavoro è data spesso dalla natura del lavoro stesso. Impiegate nei servizi, con forme di lavoro part time, precarie, e quindi più esposte alle oscillazioni del mercato del lavoro. Essendo raramente nei posti di lavoro apicali, siamo anche quelle meno tutelate e “sicure” rispetto alla perdita del lavoro. Altrettanto penalizzate sono state le nuove assunzioni, sempre meno rispetto agli uomini. La forbice del gap salariale fra donne e uomini, cioè la disparità di salario, non ha fatto che allargarsi. di coloro che hanno perso il lavoro, le donne sono state anche coloro che hanno fatto più fatica a rientrare. 

Non è la pandemia responsabile della diseguaglianza sociale. La pandemia ha solo fatto esplodere diseguaglianze strutturali che storicamente relegano le donne a certi tipi di lavoro, o all’inattività produttiva, o alla sola cura dei propri familiari. Ci rifiutiamo di continuare a reggere un sistema basato sullo sfruttamento dei nostri corpi, che si regge sul nostro lavoro gratuito e sulla nostra disponibilità a sanare le lacune di un sistema di governo, di servizi, di welfare. Ci vogliamo sottrarre alla logica che ci vuole più povere, più malpagate, più sole, più relegate alla cura della casa e della famiglia, più silenziose di fronte ai soprusi. 

Secondo l’ultimo rapporto istat del 2018, sono 1 milione e 400 mila le donne costrette a subire molestie, soprusi e violenze sul posto di lavoro. Colleghi, superiori o altre persone che ci toccano, molestano, baciano, fino ad arrivare al tentativo di utilizzare il nostro corpo come merce, con la richiesta di prestazioni, rapporti o disponibilità sessuali in cambio di assunzioni, crescite professionali, accessi all’occupazione. Perchè spesso per la paura di perdere il lavoro dobbiamo accettare la mano sul culo del nostro capo, le battute sessiste dei colleghi, favori sessuali che ci garantiscano, anche questo mese, di poter sopravvivere. 

Anche da tutto questo oggi scioperiamo! Ci rifiutiamo di essere merce di scambio, di essere pagate meno e di lavorare peggio, di sobbarcarci il lavoro fuori e dentro casa, perchè è scontato che siamo noi a farlo. Ci siamo sentite sole per troppo tempo a tenere insieme i pezzi della nostra vita di fronte a un mondo che sistematicamente ci ha reso impossibile anche solo vivere dignitosamente. Il nostro è uno sciopero dalla solitudine, perchè non una di più accetti condizioni misere, non una di più sia molestata, non una di più sia relegata solo a certi lavori e posizioni e mai ad altre! 

Facciamo partire il nostro grido muto, ci sediamo per terra per un minuto per rappresentare il silenzio e la solitudine a cui siamo state confinate, e al termine liberiamo il nostro grido di rabbia e liberazione!

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L’otto marzo abbiamo scioperato contro ogni forma di guerra

La stessa logica di dominio dei corpi e dei territori riguarda la guerra. Scioperiamo dalla guerra come strumento di dominio, di regolazione dei conflitti, e di espressione di logiche geopolitiche maschili e machiste. Esprimere un netto rifiuto della guerra per Non Una di Meno significa rifiutare di schierarsi da una parte o dall’altra di due potenze mondiali in competizione per affermare il proprio potere. Le femministe condannano Putin e un governo invasore che usa la violenza di stato e il nazionalismo con le parole d’ordine di casa, patria e famiglia, ma anche chi in Europa e in Italia strumentalizza questa condanna per fomentare una corsa agli armamenti e giustificare un intervento bellico. L’invio di truppe e/o di armamenti nella zona di guerra non farà altro che alzare il livello dello scontro!
Mentre le sanzioni economico-finanziarie non scalfiscono il potere degli oligarchi russi ma stanno già duramente colpendo la popolazione civile, la guerra russo-ucraina sta rimettendo in discussione il già problematico progetto di rilancio economico europeo, avviato con NextGeneration Eu e con il PNRR. Le sue conseguenze saranno gravi anche in Europa e innescheranno una nuova pesantissima crisi economica globale. A pagarne il prezzo più alto saranno coloro che sono già stati pesantemente colpiti dalla crisi pandemica, le persone più povere, le donne, chi rifiuta i ruoli di genere, le persone migranti bloccate ai confini.

Non Una Di Meno si oppone a chi, anche in Ucraina, utilizza il nazionalismo come strumento di oppressione e discriminazione, e alla logica di un’accoglienza diversificata per i profughi, che ai confini dell’UE respinge o accetta in base al colore della pelle e alla nazionalità di provenienza.

Le femministe esprimono la loro solidarietà a chi sta subendo le violenze della guerra, allə migranti, ucraine e non, che fuggono dalle devastazioni, a tuttə coloro che in Russia si stanno ribellando al governo autoritario di Putin e sfidano la repressione più dura, alle donne ucraine in Italia, spesso costrette a condizioni di sfruttamento e emarginazione dal vincolo del permesso di soggiorno. Lo sciopero femminista e trasfemminista mette anche in discussione le condizioni violente della pace che produce violenza istituzionale, sui confini e gerarchie.

Questa riportata è una parte  del comunicato delle compagne femministe russe: 

Come cittadine russe e femministe, condanniamo questa guerra. Il femminismo come forza politica non può essere dalla parte di una guerra di aggressione e occupazione militare. Il movimento femminista in Russia lotta per i soggetti più deboli e per lo sviluppo di una società giusta con pari opportunità e prospettive, in cui non ci può essere spazio per la violenza e i conflitti militari.

Guerra significa violenza, povertà, sfollamenti forzati, vite spezzate, insicurezza e mancanza di futuro. Tutto ciò è inconciliabile con i valori e gli obiettivi essenziali del movimento femminista. La guerra intensifica la disuguaglianza di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani. La guerra porta con sé non solo la violenza delle bombe e dei proiettili, ma anche la violenza sessuale: come dimostra la storia, durante la guerra il rischio di essere violentata aumenta di molto per qualsiasi donna. Per questi e molti altri motivi, le femministe russe e coloro che condividono i valori femministi devono prendere una posizione forte contro questa guerra scatenata dalla leadership del nostro paese.

La guerra in corso, come mostrano i discorsi di Putin, è anche combattuta all’insegna dei «valori tradizionali» dichiarati dagli ideologi del governo, valori che la Russia avrebbe deciso di promuovere in tutto il mondo come missione, usando la violenza contro chi rifiuta di accettarli o intende mantenere altri punti di vista. Chiunque sia capace di pensiero critico comprende bene che questi «valori tradizionali» includono la disuguaglianza di genere, lo sfruttamento delle donne e la repressione statale contro coloro il cui stile di vita, autoidentificazione e azioni non sono conformi alle ristrette norme del patriarcato. La giustificazione dell’occupazione di uno stato vicino con il desiderio di promuovere norme così distorte e perseguire una «liberazione» demagogica è un altro motivo per cui le femministe di tutta la Russia devono opporsi con tutta la loro forza a questa guerra.

Le femministe sono una delle poche forze politiche attive in Russia. Per molto tempo le autorità russe non ci hanno percepito come un movimento politico pericoloso, e quindi rispetto ad altri gruppi politici siamo state temporaneamente meno colpite dalla repressione statale. Attualmente più di quarantacinque diverse organizzazioni femministe operano in tutto il paese, da Kaliningrad a Vladivostok, da Rostov-on-Don a Ulan-Ude e Murmansk. Chiediamo ai gruppi femministi russi e alle singole femministe di unirsi alla Resistenza femminista contro la guerra e unire le forze per opporsi attivamente alla guerra e al governo che l’ha iniziata. Chiediamo anche alle femministe di tutto il mondo di unirsi alla nostra resistenza. Siamo tante e insieme possiamo fare molto: negli ultimi dieci anni, il movimento femminista ha acquisito un’enorme forza mediatica e culturale. È tempo di trasformarla in potere politico. Siamo l’opposizione alla guerra, al patriarcato, all’autoritarismo e al militarismo. Siamo il futuro che prevarrà.

Chiediamo alle femministe di tutto il mondo:

– Di partecipare a manifestazioni pacifiche e lanciare campagne offline e online contro la guerra in Ucraina e la dittatura di Putin, organizzando le proprie azioni. Sentitevi libere di usare il simbolo del movimento femminista di resistenza contro la guerra nei vostri materiali e pubblicazioni, così come gli hashtag #FeministAntiWarResistance e #FeministsAgainstWar.

– Di diffondere informazioni sulla guerra in Ucraina e sull’aggressione di Putin. Abbiamo bisogno che il mondo intero sostenga l’Ucraina e si rifiuti di aiutare in alcun modo il regime di Putin.

– Di condividere questo appello con altre. È necessario dimostrare che le femministe sono contrarie a questa guerra e a qualsiasi tipo di guerra. È anche fondamentale far vedere che ci sono ancora attiviste russe pronti a unirsi per opporsi al regime di Putin. Siamo tutte a rischio di persecuzione da parte dello stato e abbiamo bisogno del vostro appoggio.

Insieme alle femministe russe e in tutta Europa, Non una di Meno chiede una cessazione immediata delle operazioni militari, di avviare le politiche di disarmo e di rifiuto dei patti miliari, un trasferimento delle spese militari al welfare, all’istruzione e alla sanità, libertà di movimento e un permesso di soggiorno europeo incondizionato per tutte e tuttx.
L’unica guerra che vogliamo è quella contro il patriarcato!

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L’Otto marzo ho scioperato per un diritto alla salute universale

Siamo andate di fronte alla Regione Toscana che si vanta a torto di aver fatto da apripista per l’accesso all’aborto farmacologico direttamente nei consultori. Questa è la stessa regione che dice di avere a cuore la nostra salute e diritti riproduttivi ma che allo stesso tempo sostiene l’obiezione di coscienza e i gruppi antiabortisti e si rende complice di violenza e sovradeterminazione sui nostri corpi negando la nostra libertà di scegliere se avere figli o no .Questa è la regione che nel 2017 ha siglato un accordo con i movimenti pro vita, gruppi d’odio dediti ad impedire alle donne di scegliere liberamente sul proprio corpo,  con un finanziamento di 195mila euro ogni tre anni e un canale privilegiato d’ingresso nei consultori pubblici per l’accompagnamento delle donne alla maternità e prevenzione dell’aborto. Con la campagna Smutandate e le  ripetute incursioni in Consiglio Regionale siamo riuscite ad ottenere il congelamento del finanziamento, ma la Regione Toscana non  ha mai reso pubblico come sono stati impiegati i soldi gia’ spesi, vogliamo che rendano palesi le profonde connessioni con i gruppi antiscelta! Chiediamo una ricollocazione dei 195.000 euro per potenziare i consultori! In questa regione nel suo ospedale di Careggi i ginecologi obiettori rappresentano il 68%, a Borgo San Lorenzo il 70%. Chiediamo di allontanare dalle carriere mediche ginecologiche e dai reparti di ginecologia gli obiettori di coscienza: non vogliamo più affidare i nostri corpi a persone che negano il diritto di scegliere sulle nostre vite!  La struttura dedicata della ASL alla IVG su Firenze, il  Palagi si rifiuta di fornirci i dati aggiornati sull’obiezione, ma abbiamo evidenza che oppone una forte ostruzione all’accesso all’aborto farmacologico impedendolo a gestanti oltre la settima settimana, violando così le linee guida nazionali che prescrivono il farmacologico fino alla nona settimana, e  obbligando a recarsi in struttura ben 7 volte prima di riuscire ad abortire, come se abortire dovesse essere una punizione divina. Vogliamo che l’aborto non passi attraverso l’ingerenza del potere medico, che alla persona gestante se lo desidera sia data la possibilita’ di ottenere le pillole abortive con un unico accesso alla struttura e di autoprocurarsi l’aborto come libero atto di autodeterminazione sul proprio corpo. 

Questa è la regione che negli ultimi anni ha sempre più privatizzato il servizio sanitario,  ha completamente smantellato il capillare sistema consultoriale sul territorio toscano. I consultori si sono ormai svuotati della centralità conferita dalla Legge 194 per la salute sessuale riproduttiva diventando dei poliambulatori completamente inservibili per le esigenze di prevenzione in ambito ginecologico e di accesso all’IVG: come si può garantire la salute delle donne e dei corpi gestanti se si è abolito l’accesso diretto e si e’ introdotto tempi di attesa di almeno 3 mesi? Ce la siamo pesa con la regione perché sappiamo che in Italia abortire è un gioco. Ma non uno di quei giochi facili. In Italia è un gioco macabro e terribile. Una sorta di gioco dell’oca dove per ogni singolo passaggio si presentano continui impedimenti e difficoltà. Dove alla fine se c’è solo la possibilità di abortire non è per tuttu. E quando riesci ad abortire nella maggior parte dei casi ne esci distrutta e stanca solo per quello che la società e lo stato ti hanno costretta a subire.                                                          In Italia è difficile trovare un@ medic@ che certifichi la tua gravidanza. È difficile trovare un@ medic@ che appena viene a conoscenza della tua volontà di abortire, non ti ostacoli.
In Italia non è solo difficile trovare un@ medic@ per abortire. È difficile addirittura trovare una struttura per abortire. In Molise c’è un solo medico non obiettore per un’intera regione. In Sicilia sei costretta a guidare anche 8-9 ore. Qui a Firenze al Palagi devi farti ben 7 viaggi in ospedale per riuscire a terminare il percorso IVG farmacologico.
Sei costretta ad assentarti da scuola, da lavoro.
E come se tutto ciò non bastasse, alla fine ti ritrovi a confrontarti con personale obiettore, giudicante e violento. Ti ritrovi medic@, infermier@ che invece ti seguirti e aiutarti ti giudicano, ti ostacolano e molto spesso ti maltrattano negandoti anche l’assistenza di base. In Italia conviviamo con un sistema che tenta di negarci l’aborto farmacologico perché ci permette di riappropriarci dei nostri corpi; perché se non ti operano non è un vero aborto: non hai sofferto abbastanza.
In Italia conviviamo con un sistema che ci giudica psicologicamente fragili, (pazze) solo perché (desiderose) vogliamo scegliere di abortire e quindi ci costringe anche ad una visita psicologica, per giudicare che persone siamo, ciò che è meglio per la nostra vita, per farci cambiare idea.

In Italia il corpo non è nostro. La decisione non è la nostra. Siamo in balia di un sistema cattobigotto, malato e giudicante che vuole controllare i nostri corpi e le nostre vite.

Se oggi siamo in piazza è per rivendicare un aborto che sia realmente libero, sicuro e garantito. Rivendichiamo il nostro sacrosanto diritto di decidere sui nostri corpi.
Vogliamo poter abortire in pace. Vogliamo l’aborto farmacologico in tutti gli ospedali e in tutti i consultori. Vogliamo gli obiettori fuori dagli ospedali e dalle nostre mutande.
Vogliamo poter abortire in maniera sicura, con un personale medico che ci assiste e non ci ostacola.
Voglio un aborto transfemminsista.

Voglio anche poter dire: io ho abortito e sto bene.Vogliamo che la contraccezione venga riconosciuta come gratuita a livello universale, non circoscritta a determinate fasce di età e di reddito. Vogliamo che l’accesso ai servizi sociosanitari e il diritto alla salute e al welfare, anche sessuale e riproduttiva sia di carattere universalistico e incondizionato; vogliamo che questi servizi siano rispettosi dell’autodeterminazione delle differenti soggettività: includendo quindi, oltre le migranti, anche per le persone trans, non-eterosessuali (LGBTQIA+), disabili, donne in strutture limitative della libertà personale (incluso l’accesso alle cure ormonali alle persone transessuali) e sex workers. Vogliamo risignificare i consultori come spazi politici, culturali e sociali oltre che come servizi socio-sanitari, vogliamo che diventino luoghi di scambio fra donne e soggettività non binarie dove poter discutere liberamente delle scelte che attraversano i nostri corpi, di consenso e di piacere! 

VOGLIAMO UNA SALUTE TRANSFEMMINISTA!!! 

 

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L’Otto marzo abbiamo scioperato contro la violenza maschile sulle donne

L’8 marzo è il giorno dello sciopero globale femminista e transfemminista. Da 6 anni abbiamo trasformato una giornata di festa rituale, in cui venivano regalate al massimo alle donne le mimose o buoni acquisto al supermercato, in una giornata di lotta. Lotto marzo interrompiamo tutte le attività produttive e riproduttivi, smettiamo di svolgere tutte le nostre mansioni. E quando ci fermiamo noi, si ferma il mondo!
Scegliamo di sottrarci per due motivi. Da un lato per mostrare quanto lavoro, pagato e non pagato, ci ritroviamo a svolgere. Spesso pagate meno o non pagate per niente, fuori e dentro la casa. Dall’altro per sottrarci a un mondo che ci molesta, ci stupra, abusa di noi, ci uccide. Interrompiamo il meccanismo dello sfruttamento lavorativo e della violenza, come elemento sistemico delle nostre vite.
La violenza maschile contro le donne è sistemica: attraversa tutti gli ambiti delle nostre vite, si articola, autoalimenta e riverbera senza sosta dalla sfera familiare e delle relazioni, a quella economica, da quella politica e istituzionale, a quella sociale e culturale, nelle sue diverse forme e sfaccettature – come violenza fisica, sessuale e psicologica. Non si tratta, dunque, di un problema emergenziale, né di una questione geograficamente o culturalmente determinata. La violenza maschile è espressione del patriarcato, sistema di potere maschile che a livello materiale e simbolico ha permeato la cultura, la politica, le relazioni pubbliche e private. Oppressione e ineguaglianza di genere non hanno quindi un carattere sporadico o eccezionale: al contrario, strutturale. Da femministe abbiamo sempre denunciato le catene imposte dal patriarcato alla nostra autodeterminazione e libertà di scelta – attraverso gli stereotipi sessuali, il diritto, la chiesa o altri istituti religiosi e, soprattutto, attraverso la famiglia – evidenziando la connessione intima tra questi strumenti di dominio e l’imposizione della norma eterosessuale.
Lo sciopero femminista è l’occasione che abbiamo per ribellarci contro l’oppressione, per mettere in collegamento le diverse condizioni in cui viviamo e conquistare la forza di dire che non vogliamo più essere vittime o solo numeri nelle statistiche della violenza, dei femminicidi, della disoccupazione, della povertà. Nessuno parlerà per noi, dobbiamo parlare in prima persona.
Il patriarcato, e dunque la violenza maschile, sono inoltre da sempre funzionali alle logiche del profitto e dell’accumulazione capitalistica, all’organizzazione della società secondo rapporti di sfruttamento. Rapporti che attraversano la società e che si intersecano, in molti modi, con i dispositivi di potere e subordinazione basati sul genere, la classe e l’origine. In tal senso affermiamo che la violenza assume molteplici configurazioni e che il femminicidio è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno assai più profondo e radicato.
Nel 2021 sono state uccise 113 donne e 2 persone trans. Dall’inizio del 2022 ad ora, sono già 14 quelle che mancano, perché uccise dal proprio compagno, da un parente, da un conoscente.
La violenza maschile contro le donne si esprime in molte forme: come dominazione sui corpi, ma anche sui territori. Ci definiamo ecofemministe perché guardiamo al corpo-territorio come luogo di sfruttamento, estrazione, profitto, violenza patriarcale. L’ambiente che ci circonda subisce le stesse logiche che si abbattono sui corpi femminilizzati. Lottare per la tutela dei territori, per l’ecosistema, contro il consumo del suolo e delle risorse è una lotta femminista in grado di tenere insieme la dimensione del corpo, della cura e della giustizia sociale e ambientale.

La violenza maschile ha toccato il suo apice quando nel 2008 viene denunciato da una donna uno stupro di gruppo, avvenuta alla fortezza dal basso. Sette uomini tra i 20 e i 25 anni vengono indagati, e in un primo momento sei di loro vengono condannati. Nel 2015 però la corte d’appello di Firenze assolve con formula piena tutti gli imputati, perchè il fatto non sussiste. nella sentenza vengono fatti numerosi richiami alla vita privata della donna, definita come ““soggetto femminile fragile, ma al tempo stesso creativo, disinibito, capace di gestire la propria (bi)sessualità …  e in quanto tale ugualmente responsabile dello stupro. 

Nonostante il biasimo della corte europea la sentenza non è cambiata: colpevole è sempre e comunque la donna. Perchè troppo libera, perchè bisessuale, perchè autonoma o determinata, perchè camminava di notte da sola, perchè si divertiva a una festa. Il fenomeno della violenza secondaria reitera la violenza contro le donne, lesbiche, trans e persone non binarie, in tutti i luoghi in cui avviene un tentativo di denuncia della violenza: ospedali, tribunali, ma anche gruppi di amici, familiari. La parola delle donne non basta per essere credibile perchè in fondo, in qualche modo, se la sono cercata, sempre e comunque. Ma a Firenze, non è la prima volta che capitano episodi del genere. La notte tra il 6 e il 7 settembre 2017 due studentesse americane sono state adescate e poi violentate da due carabinieri in servizio, Marco Camuffo e Pietro Costa, entrambi condannati in via definitiva. 

Eppure, neanche una condanna basta per cambiare il clima di complicità e omertà che circonda gli episodi di stupro. Poco dopo infatti Marco Camuffo si è sentito libero di aprire il suo bar a Prato, nei pressi di una scuola, e vantandosi di aver “liberato” il posto dalla precedente gestione di cinesi. Razzismo e sessismo si intrecciano, e i colpevoli possono continuare la propria vita indisturbati, mentre ad essere ridotte alla vergogna, al silenzio, alla gogna mediatica e spesso alla vittimizzazione secondaria dei tribunali sono sempre le donne che denunciano. 

Queste vicende rappresentano una vergogna di cui sono responsabili tutti coloro che alimentano e riproducono la cultura dello stupro. Contro tutti loro ripetiamo che sorella, noi ti crediamo! Che crediamo alle parole di  chi denuncia, che non servono dettagli, spiegazioni, prove e testimoni. Che a definire cosa sia o meno violenza sono le parole di chi la vive. Gridiamo ancora più forte che l’aggressore sei tu, lo stupratore sei tu. Vogliamo rompere la catena del silenzio e della complicità che spesso circonda lo stupro, le molestie e gli abusi. Per fare un violento ci vuole un villaggio, e noi quel villaggio lo facciamo esplodere con la nostra rabbia!

Non vogliamo avere paura di uscire sole la notte. Le strade libere le fanno le donne che le attraversano. Non vogliamo aver paura di avere una gonna troppo corta, di aver bevuto troppo, di aver riso troppo, di aver detto forse e poi no, di non avere urlato. Vogliamo essere libere di starci finchè ci va, e che il nostro no sia sempre e comunque un no. Non siamo noi a dover imparare a difenderci meglio, ma il mondo attorno a noi che deve cambiare. Agitiamo in aria le nostre chiavi di casa, simbolo della libertà di poter girare dove vogliamo, di notte e di giorno. Le agitiamo perchè siamo stanche di doverle stringere in mano per paura che qualcuno ci attacchi, siamo stanche di vedere in ogni ombra, in ogni persona una minaccia. Vogliamo essere libere di camminare, da sole e con le nostre sorelle. Libere dalla violenza domestica nelle nostre case e libere dalla violenza fuori, nella città.

Non uno stupro di più, non una donna di più ridotta al silenzio e colpevolizzata! 

Sorella noi ti crediamo! Se toccano una, rispondiamo tutte!

 

 

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