Se le signorine alzano la voce

Riflessioni sulla denuncia pubblica del sessismo nei luoghi di elezione

Introduzione – Perché luoghi di elezione

Nel testo che segue non troverete, se non questa volta, la formula sessismo nei movimenti e non perché questo non sia uno degli argomenti e l’esperienza da cui sono scaturite le nostre riflessioni; scriviamo infatti anche a partire da un episodio recente accaduto qui a Firenze, quando abbiamo denunciato pubblicamente un caso di violenza legato a un centro sociale della nostra città. Partendo da noi e dalle nostre esperienze sentiamo l’urgenza di superare la definizione sessismo nei movimenti. Ad oggi non vediamo nessuna differenza nelle forme e nella sostanza in cui si dà la violenza patriarcale in qualunque ambiente essa venga praticata e, soprattutto, non vediamo alcuna differenza nelle risposte che l’abusante e chi lo spalleggia mettono in atto contro chi invece osa alzare la voce. Se non vi sono differenze fra la famiglia, la scuola, l’oratorio, il posto di lavoro o un centro sociale perché fino ad ora abbiamo trattato questultimo ambiente come un piccolo mondo a sé stante? Probabilmente per il motivo più semplice del mondo: ne avevamo bisogno. Avevamo bisogno di sentirci sicure e capite, accolte e credute, insomma trattate da pari. Ma così non è, e continuare a distinguere non solo ci illude ma ci rende vulnerabili, ci fa abbassare la guardia: non riusciamo più a riconoscere la violenza che, con le stesse dinamiche e nelle stesse forme, in qualunque altro contesto ci sembrerebbe lampante. E quindi d’ora in poi, parleremo di sessismo nei luoghi delezione, spazi scelti, percepiti più sicuri, tanto da poter deporre le armi e sentirsi libere. Tu che stai leggendo saprai che stiamo parlando anche dei tuoi spazi, che siano l’oratorio o il collettivo. Se ti rivedi in ciò che leggerai, se penserai di aver avuto queste esperienze come noi, o ne hai solo il dubbio, sappi che, ovunque tu sia, sorella non sei sola.

 

Capitolo I – La lingua come strumento di dominio, ossia la non neutralità delle parole

Nella nostra breve ma intensa storia (come movimento transnazionale esistiamo all’incirca da 5 anni) abbiamo subito gli stessi attacchi di tutti i femminismi, in ogni tempo e dovunque: siamo streghe, siamo arroganti, siamo giudicanti e “maestrine”, a volte siamo anche fasciste, altre invece siamo “signorine” che devono tornare al posto a cui siamo predestinate, accudenti, decorose e silenziose. Per molti, dentro e fuori l’ambito politico, siamo il movimento degli asterischi, del non si può più dire niente, del ci sono cose più importanti del linguaggio…. Proprio da queste ultime tre frasi vogliamo partire. 

Capiamo che, per chi è sempre stato abituato a narrare il mondo e ad essere il centro di quella narrazione, impiegare tante energie e riflessioni su una cosa all’apparenza frivola come le parole può sembrare incomprensibile e accademico.
Per noi che in quel linguaggio siamo sempre e solo oggetti non è così. La lingua non può essere neutra, forma il pensiero e veicola la creazione di strutture sociali stabilite, condivise e inattaccabili perché naturalizzate. L’espulsione del femminile e del non binario dal mondo del parlato e dello scritto fa sì che questi soggetti non abbiano nemmeno l’idea di potersi prendere quello spazio di espressione che è il linguaggio. Non siamo pronunciate quindi non esistiamo. Ciò di cui non si parla, non esiste. Non produciamo cultura quindi non abbiamo accesso alla cultura. In un qualsiasi testo scolastico compariamo solo come oggetti del sapere e mai come protagoniste, quindi siamo oggetti. Negare la centralità del linguaggio come arma di dominio e terreno di scontro, è negare l’istanza più basilare di questo conflitto e cioè che il patriarcato è strutturale e fa parte di tutte noi, poiché è in questo sistema che veniamo socializzate fin dalla nascita. È anche la forma di dominio che permette al capitalismo di sopravvivere e riprodursi. Consente al maschio adulto lavoratore di sfogare su di noi la frustrazione accumulata in una lunga giornata di sfruttamento. Non riconosce e non retribuisce quel lavoro che sostiene chi compie lavoro produttivo. Consente di sostituire servizi sociali carenti con il nostro lavoro di cura costante, consolidato e non retribuito. Rompere o incrinare questa struttura è impossibile se non ci costruiamo degli strumenti collettivi che ci permettano di illuminare lo stato delle cose per ribaltarlo. Riuscire a nominare la violenza che subiamo è il primo passo, riconoscerla come sistemica il secondo, attaccarla il terzo. 

Ma come possiamo colpire un nemico così grande e radicato se non abbiano frecce al nostro arco? Intanto una freccia ce l’abbiamo ed è la fiducia o, per meglio dire, la sorellanza. Parlare di sorellanza vuol dire rompere quel vincolo sociale che ci vorrebbe in competizione le une contro le altre. Praticare sorella io ti credo è prima di tutto credere a noi stesse. Perché ognuna di noi ha sperimentato la violenza sulla propria pelle e ognuna di noi, prima di scegliere se parlare o meno, ha attentamente soppesato il prezzo che avrebbe pagato alzando la testa. No, la nostra non è una fede religiosa, anzi non esiste qualcosa di più opposto a una fede cieca. Sorella noi ti crediamo, e ti crediamo perché sappiamo cosa ti aspetta prendendo parola. Perché il tuo coraggio di ribellarti è il nostro o quello che avremmo voluto avere, perché il banco degli imputati che ti aspetta lo conosciamo tutte e solo tutte insieme riusciremo a dargli fuoco. Per riuscire a nominare la violenza servono parole e le parole non esistono, in una lingua in cui non sei il soggetto. Così quando le parole diventano la nostra arma la controparte si organizza e mette in atto strategie per impedirci di creare e condividere nuove parole. È così che, quando le donne e i soggetti non binari alzano la voce, nascono mille inciampi: momenti di confronto privati, discussioni informali, voci di corridoio con un solo obiettivo: tenerci separate, impedirci di creare quel linguaggio condiviso per nominare l’oppressione e permettere a noi tutte di identificarla. Ci scagliamo contro questa richiesta di omertà con ogni mezzo necessario. Se sentiamo il dovere di parlare forte è proprio perché ogni donna e ogni soggetto non binario possa sentire e prendere parola. Rivendichiamo ogni strumento per arrivare a questobiettivo. Gridiamo nelle piazze e nelle strade, scriviamo su giornali e social network. C‘è solo una cosa a cui non siamo più disposte: stare zitte.

 

Capitolo II – No, non siamo tua madre. Contro la pretesa di chi ci vuole accudenti

La richiesta di silenzio o di bassi toni sui casi di violenza in luoghi supposti safe si basa sul nostro preteso ruolo di cura. Dagli albori del femminismo ci sentiamo dire che se alziamo la voce siamo aggressive, che i modi non sono questi, che ci dobbiamo spiegare meglio. Basta. Non siamo tenute alla cura del nostro oppressore. Siamo stufe di essere continuamente confrontate con le femministe di ieri, di oggi o di domani, di sentirci dire che, in quella o nell’altra parte del mondo, le donne fanno una lotta più o meno concreta rispetto alla nostra, o con obiettivi più importanti, che le tematiche per cui battersi sono quelle piuttosto che altre. Non tolleriamo accuse di giustizialismo semplicemente perché non è giustizialismo usare la voce per nominare una violenza. 

Nominare pubblicamente la violenza è una delle nostre frecce e non siamo disposte a cederla. Non ci auguriamo condanne esemplari per i colpevoli ma siamo fermamente convinte che additare una violenza o un violento permette ad altre di avere più strumenti per riconoscere il sessismo e sarà monito a chi vuole agire violenze future. Non saremo più vittime silenziose o che si raccontano i mali di vivere per trovare un minimo di forza per sopportare il prossimo colpo. Se prendiamo parola, certi passaggi li abbiamo chiari. Se basta questo a evocare lo spettro di un processo è perché troppi non si mettono in discussione e non perché noi vogliamo essere giustiziere della notte. Chi accusa femministe e transfemministe che prendono parola di volersi sostituire ai tribunali quasi sempre minimizza la violenza. 

Ne mette in dubbio la gravità e tende a distinguere ciò che è grave o meno grave arrivando ad una vera e propria pornografia morbosa dei fatti. Esattamente lo stesso atteggiamento dei giudici e della peggior stampa mainstream. Inoltre sottolineiamo che l’equazione denuncia pubblica uguale processo scatta solo quando si parla di violenza maschile e di genere, e non ci risulta che questo accada a chi denuncia lo sfruttamento o i comportamenti razzisti. Pretendere a priori che persino quando denunciamo dovremmo svolgere un ruolo di cura è sessismo. Decidiamo noi quali sono le nostre modalità, a voi rimane da scegliere se essere alleati o padroni. Ricordatevi che le suffragette mettevano le bombe. Di fronte a una violenza rivendichiamo la nostra rabbia. Non pretendete da noi accompagnamento materno.

 

Capitolo III – La verità non sta nel mezzo

Certo, non abbiamo da proporre magiche formule per abbattere il Patriarcato, ma alcune cose le abbiamo comprese e vogliamo condividerle. Se crediamo a chi nomina e denuncia la violenza, è necessario prendere posizione. La lotta alla violenza di genere come ogni lotta contro qualsivoglia dominio non può prevedere equidistanza tra vittima e carnefice. Il dominio lo si agisce o lo si subisce. La verità non sta nel mezzo. Il primo passo deve essere quello di credere e stare vicino a chi ha trovato il coraggio di parlare, in maniera non giudicante, perché crediamo sia prioritario costruire spazi sicuri per noi e per tutte le altre. 

Allontanare pubblicamente chi ha agito violenza è un compito che spetta a tutte le appartenenti alla collettività entro cui questa violenza si è data. Non è possibile chiedere a chi ha denunciato di gestire le conseguenze, come non è una valida alternativa affidare tale gestione alle relazioni personali dellabusante, che probabilmente staranno attraversando un momento di forte confusione e sofferenza. Per questo il ruolo della collettività è centrale. Allontanare il violento è necessario ma non sufficiente, perché potrebbe riprodurre quegli stessi meccanismi in nuove circostanze. E allora che fare?

 

Innanzitutto, una buona pratica sarebbe la messa in discussione dei meccanismi relazionali e sociali del contesto a cui labusante appartiene, per individuare un sottobosco favorevole, non per forza a legittimare, ma di certo a minimizzare determinate forme di dominio. Assicurarsi che lo spazio di elezione sia davvero uno spazio sicuro e di sorellanza per chi ha denunciato e, se questo non è, lavorare affinché lo sia, destrutturando tutte quelle dinamiche che ci portano ad essere complici della violenza di genere o ad assolverla. Solo a questo punto crediamo sia possibile iniziare a pensare all’abusante che, ammesso sia stato in grado di riconoscere la violenza agita, può essere indirizzato verso un percorso di decostruzione soggettiva guidato da persone competenti, e non dalla sua cerchia amicale e/o politica. Se anche uno solo di questi passaggi non si dà, il risultato è quello di rafforzare, invece che incrinare, la catena del dominio di genere, una catena composta da tanti piccoli anelli che si stringono e che sono ciò che garantisce al Patriarcato di essere sistemico. In questo il ruolo delle donne e dei soggetti non binari è centrale. 

Sappiamo di essere state soggettivate – soggettivazione come costruzione del sè che si dà all’interno di un dato sistema e che ne viene influenzata a livello profondo – in una società patriarcale fin dalla nascita e sappiamo anche che quando incontriamo le genealogie e le pratiche transfemministe, così distanti dalla realtà che conosciamo, si apre un conflitto interiore complesso e doloroso. Spesso, da attiviste, rispondiamo a questo conflitto convincendoci che il nostro compito sia quello di stare dentro a spazi misti per operare un cambiamento interno, come si diceva dentro e contro, ma se siamo senza strumenti questa operazione non avrà nessuna possibilità di successo. Il nostro lavoro verrà continuamente frustrato, porte dolore e sofferenza e ci farà mettere sulla difensiva, convinte che chi sta “fuori” non comprenda i nostri sforzi di tenere insieme tutti i livelli. 

Sorella non è così. Comprendiamo perfettamente, proprio perché quasi tutte noi ci siamo passate. Abbiamo lottato come stai lottando tu e abbiamo sofferto come stai soffrendo tu. Siamo arrivate alla conclusione che senza una messa in comune di voci e di strumenti di analisi e di attacco non abbiamo prospettive. Finché il tuo dolore rimarrà solo tuo sarà la tua prigione ma se permetterai alle altre di prenderlo in carico alimenterà la nostra forza dirompente.  Il dominio maschile è una questione di privilegio e nessuno molla il proprio privilegio solo perché lo chiediamo educatamente. Dobbiamo costruire un rapporto di forze tale da imporre un ribaltamento, che il dominante e chi lo copre lo vogliano o no. Alla fine, la violenza che viviamo non è diversa da tutte le altre forme di violenza che si danno in questa società dominata dal capitale. Violenze che, non ci stancheremo mai di ripetere, sono duali: da una parte c’è chi il potere lo esercita, dall’altra chi il potere lo subisce. 

È così in tutte le varie intersezioni: tra le altre, capitale e lavoro, colonizzatori e colonizzati, adulti e giovani ed è così anche nel dominio dell’uomo sulle donne e sulle persone non binarie. Questo dominio viene esercitato da borghesi o operai, coloni o colonizzati, vecchi o giovani e chi detiene un privilegio lo difende con le unghie e con i denti, tentando di nascondersi dietro mille giustificazioni. Ma c’è una cosa che ci teniamo a dire: l’identità e la purezza che ci si ostina a difendere sono già andate in pezzi sotto la spinta della marea transfemminista globale, siamo ovunque e vogliamo tutto, perché se domani tocca a me se domani non torno a casa, sorella distruggi tutto.

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1° Luglio Transfemminista

Nella giornata dell’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul ci ritroviamo insieme per guardare il film Mustang della regista Deniz Gamze Ergüven, a seguire avremo un dibattito.

Oggi in molte città italiane ci sono state manifestazioni di protesta contro la violenza di genere, contro l’uscita della Turchia dalla convenzione di Istanbul perché ci riguarda tutte.

Qui insieme per difenderci contro tutte le violenze che subiamo ogni giorno, in ogni parte del mondo in cui siamo!

Ci vogliamo vive

Ci vogliamo libere

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1 Luglio Transnazionale Transfemminista

𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐥𝐮𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐥𝐚 𝐓𝐮𝐫𝐜𝐡𝐢𝐚 𝐮𝐬𝐜𝐢𝐫à 𝐮𝐟𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐧𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐈𝐬𝐭𝐚𝐧𝐛𝐮𝐥, il trattato internazionale sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica in vigore dal 11 maggio 2011

La Convenzione di Istanbul è “il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza”,ed è incentrata sulla prevenzione della violenza domestica, proteggere le vittime e perseguire i trasgressori.

𝐈𝐧 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, 𝐢𝐧 𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚 𝐞 𝐢𝐧 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨, 𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐩𝐚𝐭𝐫𝐢𝐚𝐫𝐜𝐚𝐥𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐞 𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐠𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭à 𝐋𝐆𝐁𝐓*𝐐𝐈𝐀+ 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐢𝐧𝐮𝐚𝐧𝐨 𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐧𝐬𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐫𝐬𝐢.
Sappiamo bene che la violenza si manifesta in ogni ambito della nostra vita e in moltissime forme, e di cui i femminicidi sono solo quella più visibile. Solo in Italia, sono oltre 45 le donne uccise dall’inizio dell’anno.

In quella data la rete nazionale di Non Una di Meno si unirà con iniziative dislocate su tutto il territorio alla mobilitazione transnazionale lanciata dai movimenti delle donne e delle persone LGBT*QIA+ in Turchia e della rete E.A.S.T. – Essential Autonomous Struggles Transnational, in connessione con le mobilitazioni femministe e transfemministe contro la violenza maschile e di Stato in America Latina, per dire chiaramente che non accetteremo di pagare l’uscita dalla crisi sociale pandemica al prezzo della nostra libertà. Il messaggio deve essere chiaro ancora una volta: non abbassiamo la testa, non restiamo in silenzio!

🔥✊ 𝐀𝐧𝐜𝐡𝐞 noi saremo 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐢𝐥 𝟏 𝐋𝐮𝐠𝐥𝐢𝐨: 𝐜𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐞 21,30 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 TASSO per la proiezione del film Mustang della regista turca Deniz Gamze Ergüven, introduce una compagna di origine turche in modo da avere una panoramica sull’attuale situazione nella Turchia di Erdogan, a seguire dibattito e birrette 🔥✊

𝗦𝗘 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗨NƏ 𝗧𝗢𝗖𝗖𝗔𝗡𝗢 𝗧𝗨𝗧𝗧Ə
#civogliamovive
#civogliamolibere
#bastatransfemminicidi

👉 Leggi l’appello completo di NON UNA DI MENO per il 1 Luglio:
https://nonunadimeno.wordpress.com/…/non-una-di-meno…/

👉 Qui l’evento nazionale in aggiornamento con gli appuntamenti nelle diverse città: https://www.facebook.com/events/862677128018134

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Presidio Senato Unifi

Unifi Odia le Donne?

SIAMO davanti il Senato di Unofi per portare la testimonianza di cosa succede nel dipartimento di Infermieristica: infatti se scegli di portare avanti una gravidanza il tuo percorso di studi viene bloccato per circa un anno con conseguente perdita della borsa di studio e automatico passaggio al fuori corso (con conseguente aumento delle tasse).

Siamo stanche si essere sempre sotto processo, sia che si scelga l’IVG sia che si scelga la maternità.

Università degli Studi di Firenze deve prendere una posizione e dei provvedimenti emergenziali immediati.

SIAMO in Piazza Sam Marco di fronte al Rettorato, per gridare a gran voce le nostre ragioni al Senato Accademico.
Perché le cose devono cambiare ora e per tutte!
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UniFi riconosce l’attuale stato discriminatorio a Infermieristica

🔥UniFi riconosce l’attuale stato discriminatorio a Infermieristuca🔥

Una primo traguardo è stato raggiunto, dopo ormai mesi di pressione e presa di parola UniFi riconosce che la situazione a infermieristica è fortemente discriminatoria e, almeno a parole, se ne prende carico fino a dichiarare volontà di portare la questione a livello ministeriale. Ne siamo felici ma questo non ci basta. Riconoscere la problematica è solo il primo passo, adesso vogliamo soluzioni emergenziali ed immediate per risolvere la questione nel presente. Le nostre vite vengono prima di un inter burocratico.
Per questo domani saremo in Piazza San Marco di fronte al Rettorato!
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Petizione La maternità non è una colpa ma una libera scelta

Al momento il dipartimento di Infermieristica presso Università degli Studi di Firenze non prevede percorsi che permettano alle studentesse di non dover scegliere fra diritto allo studio e diritto alla maternità.

Siamo stanche di queste situazioni.

Chiediamo a tutte e tutti di firmare la lettera aperta che segue, indirizzata alla Magnifica Rettrice Petrucci e al Senato Accademico affinche UniFi prenda immediatamente posizione e si faccio carico di portare la voce delle studentesse e di tutte e tutti i solidali nelle sedi opportune.

Clicca qui per firmare

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Riflessioni dopo il nostro post di ieri sulla violenza negli spazi condivisi

????Condividiamo e ringraziamo per le riflessioni di coloro che dopo il nostro post di ieri sulla violenza negli spazi condivisi ha ripensato le proprie forme di partecipazione o ha deciso di non partecipare al Festival della Letteratura. Grazie per il vostro contributo.

Potete leggerli qui ????????????
Filo Sottile
Maria Moise
Mediterranea Firenze
Potrebbe essere un'illustrazione
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UNIFI odia le donne

All’attenzione del Vicario Prof. Andrea Arnone (sostituto del Magnifico Rettore) e del Senato Accademico tutto,

Siamo studentesse, dottorande, ricercatrici, personale tecnico-amministrativo, professoresse e solidali.
Scriviamo quanto segue per denunciare il profondo livello di discriminazione che, ancora oggi, siamo costrette a constatare sia presente all’interno della nostra università.
Ci rammarichiamo di quanto nel mondo accademico, baluardo di innovazione e cambiamento, si mostri tuttora profondamente radicato quel discrimine sulla linea del genere che storicamente vede noi donne escluse da possibilità culturali e lavorative solo in quanto donne.
Il sistema accademico dovrebbe supportare e premiare le capacità di ogni singolo individuo, valorizzandone le differenze e il portato soggettivo e, in alcuni dei nostri dipartimenti, è palpabile la centralità e il valore che il corpo docenti e l’ateneo tutto danno al significato di concetti come cura. Concetto essenziale affinché il nostro percorso universitario prima e lavorativo poi non sia mera riproduzione di gesti e procedure ma, creazione di rapporti umani e professionali di valore e pienezza. Ebbene come è possibile che proprio in una delle facoltà che più incentra la formazione di studentesse e studenti sul concetto di cura come è quella di Infermieristica, non vi sia alcuna cura nei confronti delle studentesse stesse che la frequentano e, allo stesso tempo, affrontano la maternità? Sì, perché all’oggi essere iscritta a infermieristica a Firenze e portare avanti una gravidanza vuol dire perdere all’incirca un anno e mezzo, se non di più, su un percorso di studi di 3 anni complessivi. Le studentesse vengono punite con il blocco del tirocinio dall’inizio della gravidanza al conseguimento del settimo mese di vita del nascituro e là dove avessero già iniziato a svolgere il monte ore annuale quelle ore effettuate vengono addirittura perse. Questo di fatto blocca la possibilità di frequentare lezioni o dare esami nel semestre o nell’anno successivo.
Non stiamo parlando di un congelamento della didattica ma di una vera e propria espulsione dal mondo accademico che comporta alla studentessa in questione di ritrovarsi matematicamente fuori corso e, là dove è presente, l’automatica perdita della borsa di studio.
Non possiamo continuare a tollerare in silenzio le pressioni che subiamo dal mondo accademico-professionale, che vorrebbero costringerci a scegliere fra diritto allo studio e diritto alla maternità e siamo sconcertate di fronte all’evidenza che, presso il dipartimento di infermieristica, veniamo addirittura punite per il solo fatto di essere donne. Analoghe imposizioni non si riversano sui nostri colleghi maschi quando scelgono la paternità e non vediamo quindi come mai dovremmo continuare a subirle noi.
Non stiamo chiedendo semplificazioni, comprendiamo a pieno la centralità delle ore di tirocinio in una facoltà altamente professionalizzante come quella di infermieristica ma chiediamo soluzioni concrete e immediate affinché la maternità non comporti un’espulsione totale dal mondo accademico. Basterebbero poche accortezze: preservare le ore di tirocinio già effettuate, permettere il completamento del monte ore a partire dal terzo mese di vita del neonato, permettere di seguire le lezioni e di dare esami prima che il tirocinio sia completato, togliere l’obbligo di frequenza alle lezioni dall’ottavo mese di gravidanza al terzo mese di vita del bambino.
Chiediamo quindi a Università degli Studi di Firenze che si applichi immediatamente con deroga speciale quanto richiesto e che, quando si riuniranno gli organi di competenza, si tramuti questa deroga d’emergenza in regolamento standard.
La maternità non è una colpa ma una libera scelta che riguarda solo la donna che la intraprende. Non è possibile continuare a punire le studentesse di infermieristica per questo.

#ilcorpoèmioedecidoio
#FuoriISessistiDaUnifi
#unifiprendiposizione
#UnifiOdiaLeDonne

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Denuncia contro il sessismo nei Movimenti

Come Non Una di Meno denunciamo pubblicamente la sesta edizione del Festival di Letteratura sociale che si tiene presso LaPolveriera SpazioComune di Firenze.

Come movimento transfemminista, come donne, soggettività lgbtqi+ e precarie riteniamo inaccettabile che proprio La Polveriera ospiti una quattro giorni di dibattiti, concerti, performances a tema, tra gli altri, femminista e di genere, quando proprio questo spazio si è di fatto rifiutato di gestire un pesantissimo episodio di violenza machista avvenuto per mano di un così detto “compagno” della sua assemblea.
Denunciamo Il Festival di Letteratura Sociale perché riteniamo che la violenza degli uomini contro le donne e di genere sia un fatto politico e collettivo, che non possa essere nascosto sotto al tappeto, o peggio silenziato e minimizzato.
Denunciamo questo Festival perché pensiamo che gli spazi più sicuri si costruiscono anche iniziando a rompere certe dinamiche personaliste e da comunità terribile che spesso seguono agli episodi di violenza e di sessismo negli spazi e nei movimenti, dinamiche che sempre più spesso tutelano e giustificano l’uomo violento e non la donna che la violenza l’ha subita.
Denunciamo questo Festival e invitiamo tutt* a farlo per costruire uno spazio di sorellanza e di forza, in cui sia finalmente possibile parlare e nominare le violenze subite, senza giudizio e senza ricatto, non più sotto voce ma finalmente alla luce del sole.

Denunciamo questo Festival perché gli slogan “Sorella io ti credo” e “Sorella non sei sola” prendano vita e energia.

 

 

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Il Corriere della Sera odia le donne

Sinceramente, ancora ci stupiamo che le donne trovino difficile denunciare o anche solo nominare una violenza subita? Le parole, gli aggettivi e lo stile dell’articolo uscito a firma Giusi Fasano sulle pagine del Corriere della Sera ben rappresentano alcuni dei motivi per cui a moltissime violenze non seguono altrettante denunce. Con dovizia di particolari morbosi e con frasi ambigue che spesso mettono in dubbio la stessa credibilità della donna che ha denunciato, oggi il Corriere ha dato il peggio di sé, dimostrando ancora una volta che in questo paese c’è un problema di narrazione distorta e tossica dei fatti di violenza, una narrazione che punta l’obiettivo sulla vittima e non sull’uomo violento, sul fatto particolare e non sulla cultura dello stupro da cui scaturisce la violenza, riprodotta, come se non bastasse, da articoli come questi.

Quando denunciamo una violenza non veniamo sistematicamente credute e tutelate, anzi finiamo direttamente sul banco degli imputati in tribunale e, se il violento di turno è famoso, veniamo schiaffate in prima pagina così che chiunque possa dire la sua, esprimere il suo giudizio sulla nostra storia, mettere in dubbio le nostre parole, dare la colpa a noi.

Non ci stancheremo mai di ripetere che NO È NO sempre, anche se in un primo momento abbiamo detto sì, anche se abbiamo scelto di bere, anche se soprattutto non abbiamo urlato no, anche se non abbiamo detto no in modo chiaro e verbale.

Troviamo inaccettabili e violente le parole usate dal Corriere ma anche dagli stessi magistrati, frasi che rinnovano la violenza colpevolizzando la stessa ragazza di “essersela andata a cercare” perché “i maschietti a volte sono un po’ così”, e che quindi ci sta che al posto di divertirti tu possa essere anche stuprata.

Ci stringiamo invece intorno alla ragazza che ha trovato la forza di denunciare Ciro Grillo per stupro.

Sorella noi ti crediamo, sorella non sei sola!
Corriere della Sera vergogna!

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