NON UNA TOMBOLA DI MENO

Nel nostro percorso di avvicinamento al 25 novembre, abbiamo deciso di concedersi una serata di svago, di sorellanza, dettata dal bisogno di stare insieme.

Quello che ci ha ispirate è stata  l’idea di una tombola Transfemminista.

Una serata che ci è servita per ricalibrare forze ed energia in vista della manifestazione a Roma per il 27 novembre.

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Rito di sorellanza

Come ogni 8 del mese ci siamo ritrovate in Piazza Non Una di Meno (ex Santissima Annunziata) per aggiungere i lucchetti e i panuelos delle donne* morte per femminicidio. Ogni lucchetto che si chiude è un’onda di rabbia in più che ci spinge a gridare

CI VOGLIAMO VIVE, CI VOGLIAMO LIBERE

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CONTRO LE DISCRIMINAZIONI DI STATO (#moltopiùdizan)

Dopo l’affosamento del ddl Zan abbiamo deciso di scendere in piazza perchè ESISTIAMO e RESISTIAMO.Mentre loro applaudono alla miseria della politica, noi sovvertiamo il mondo ogni giorno.

Riportiamo qui sotto il nostro intervento:

Nonostante i giochi di potere parlamentari, nonostante i continui tentantivi da parte di questa classe di difendere i loro privilegi; ci ritroviamo tutte tutti e tuttu qui in questa piazza per rivendicare la nostra favolosità, per rivendicare i nostri corpi non conformi, le nostre vite impreviste, i nostri desideri come mezzo di autodeterminazione.

Esiste uno scollamento radicale tra la quotidianità delle nostre vite e un’intero sistema istituzionale cieco, sordo e feroce. Attraverso i nostri corpi rivendichiamo le nostre esistenze. Il mondo su cui il Senato a fatto precipitare la tagliola è già qua: esiste, resiste, è furioso.

Siamo qui anche quando quelli richiusi nei loro palazzi esultano per aver affosato una legge che per quanto monca era comunque necessaria per parlare di parità di diritti e di reale lotta alle discriminazioni.

Il DDL Zan non risolve la violenza quotidiana che donne lesbiche, queer, persone gay e trans vivono. Non risolve una cultura fondata sull’abuso, sullo stupro e sulla cancellazione delle vite di chi non corrisponde al canone della cittadanza, bianco, abile, cis, eterosessuale. Allo stesso tempo, il DDL Zan è un simbolo di un discorso politico giocato sulla nostra pelle. L’atto di bloccarlo, è giocato sulla nostra pelle. La volgarità dei discorsi in aula, la loro ferocia, si gioca sulla nostra pelle. E noi di questa pelle ne facciamo rivoluzione. Quando la politica impone il silenzio, a quel punto come una marea ci riprendiamo tutto

Come movimento transfemminista Non Una di Meno abbiamo sempre sostenuto che il DDL Zan era sì necessario ma non sufficiente, perché, e le piazze piene di giovanissime e giovanissimi degli ultimi giorni lo dimostrano, vogliamo #moltopiùdiZan! 

Come transfemministe, soggettività lgbtqia+, queer e non binary vorremmo tranquillizzare i parlamentari che esultavano due giorni fa: state sereni, non sarà di certo l’affossamento di una legge a fermare la nostra rabbia e la nostra lotta! 

Vogliamo #moltopiùdiZan perché Sappiamo bene che non bastano pene più severe se le premesse della violenza che subiamo ogni giorno restano immutate: il diritto penale e il carcere non risolvono problemi di natura prima di tutto sociale e culturale.

Vogliamo e volevamo #moltopiùdiZan perché rivendichiamo misure di contrasto alle discriminazioni e all’esclusione dai luoghi di lavoro, l’educazione sessuale e all’affettività nelle scuole di ogni ordine e grado, vogliamo spazi sicuri e fuori dalle dinamiche patriarcali, vogliamo il pieno riconoscimento della genitorialità per tutt*.

Urliamo #moltopiùdiZan perché reclamiamo il rifinanziamento strutturale di consultori e centri antiviolenza, pubblici e autogestiti, per le donne e per le persone LGBT*QIAP+, vogliamo più case rifugio, perché per uscire dalla violenza abbiamo bisogno di spazio, dentro e fuori casa, oltre il decoro, oltre l’isolamento in cui vorrebbero confinarci. 

Vogliamo e volevamo #moltopiùdiZan perché vogliamo la fine della rettificazione genitale alla nascita per le persone intersex, la piena depatologizzazione dei percorsi di transizione e una riforma della legge 164/1982, una legge che vieti le cosiddette “terapie di riconversione”. 

Non cascheremo nella solita favoletta patriarcale che punta a dividere donne cis da donne trans, donne per male e donne per bene, corpi che meritano di esistere e di vivere una vita degna e corpi che semplicemente non esistono, non sono visti e riconosciuti. 

Alle vergognose scene viste in Parlamento rispondiamo che la marea transfemminista si sta rialzando, verso il Corteo Nazionale contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, perché nessuna resti indietro, riprendiamoci tutto!

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🚺⚧ Mai più invisibili

Il 23 ottobre Non Una Di Meno é scesa in piazza con un Flashmob davanti all’Ospedale Careggi in occasione della giornata di mobilitazione per il riconoscimento di vulvodinia, neuropatia del pudendo, fibromialgia, endometriosi e dolore pelvico:

Malattie diverse tra loro che hanno in comune il fatto di colpire prevalentemente le persone assegnate femmine alla nascita (AFAB). Nonostante la loro diffusione, sono accomunate da un ritardo diagnostico tra i 5 e 7 anni e questo è dovuto alla mancanza di formazione del personale medico e agli scarsi finanziamenti alla ricerca. Ma anche a un sistema medico che costantemente sottovaluta il dolore delle donne e delle persone AFAB, giudicandolo normale, e che sminuisce i sintomi, ritenendoli unicamente psichici. Anche quando queste malattie vengono diagnosticate, i problemi non finiscono: il Servizio Sanitario Nazionale non le riconosce e, per quelle riconosciute, le tutele sono quasi inesistenti

Per comprendere meglio di cosa si sta parlando ci teniamo anche a riportare una testimonianza

Lei ci scrive:
“Ho letto che raccogliete testimonianze: io soffro di vulvodinia. Cerco di riassumere la mia di esperienza anche se non è facile in poche righe far capire tutta la sofferenza soprattutto psicologica causata non solo dalla malattia in sé ma dalla ricerca logorante negli anni dapprima di una diagnosi, quindi di medici che si occupino o almeno conoscano queste patologie e poi di percorsi di cura per cercare almeno di alleviare il dolore, dato che la guarigione definitiva non è prevista. Ho 30 anni e i sintomi mi sono iniziati con i primi rapporti 10 anni fa (anche se dai racconti di mia madre pare che i sintomi di bruciore alla vulva siano iniziati da bambina). I vari ginecologi che mi hanno visitata nei primi anni hanno Confuso tale patologia con infezioni da candida e mi hanno prescritto cure antimicotiche lunghe mesi che hanno solo peggiorato la situazione. Ho avuto la diagnosi dopo 4 anni dalla comparsa dei sintomi: finalmente non mi sentivo più “pazza, isterica, frigida, nevrotica, non innamorata del partner o impaurita dal sesso”, come anche alcuni medici mi hanno fatta sentire!!! Speravo che alla diagnosi sarebbe seguita una cura adatta e invece è iniziata solo una ricerca infinita, soprattutto fuori la mia regione, di medici che si occupassero di tale patologia o almeno la sapessero riconoscere (per questo é definita “malattia orfana”). Da lì fino ad ora è stato un susseguirsi di medici e “cure sperimentali” inutili se non peggiorative: Parma, Milano, Bologna, Modena, Firenze, Perugia, Padova; ginecologi, sessuologi, psicoterapeuti, dermatologi, neurologi, proctologi, nutrizionisti, fisioterapisti, agopuntori, osteopati … Tantissimi soldi spesi inutilmente (“malattia da ricchi” viene chiamata) e tanta fatica mentale. Le mie relazioni intime sono compromesse moltissimo dalla mia situazione, mi sento “una donna a metà” e ho paura di non poter più avere una vita normale e “recuperare” il tempo perduto. Lavorare, uscire con gli amici, vestirsi con abiti attillati, andare al mare o fare sport sono diventate azioni faticose e non più comportamenti “naturali”. Inoltre dagli altri non vieni creduta né capita, il tuo dolore deve rimanere silenzioso, pena la sua ridicolizzazione. Devi giustificarti quotidianamente con gli altri per i tuoi sintomi o per i tuoi frequenti malumori. Certi giorni mi congratulo con me stessa per essere arrivata sin qui senza impazzire e altri giorni invece mi chiedo come possa continuare così e se sia condannata a portare la vulvodinia con me nella tomba. Grazie per l’attenzione”

In tutto ciò siamo scese in piazza per ribadire che di fronte ad un sistema sanitario patriarcale non rimaniamo e non rimarremo mai in silenzio. Lotteremo per aver diagnosi chiare, esatte e celeri, per aver cure garantite e soprattutto gratuite.

Continueremo a scendere nelle piazze non solo per raccontare le storie, ma per uscire dall’invisibilità in cui queste sistema vorrebbe rinchiuderci. Distruggeremo quella logica che come ti assegna il genere donna ti assegna anche la normalizzazione del dolore.  Anche se abbiamo una vagina , vogliamo smettere di soffrire inutilmente.

 

Il problema è il Sistema Sanitario che normalizza il nostro dolore e no, noi non siamo pazze!

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Scioperiamo tutti i giorni!

La storia di Luana D’orazio ci ha insegnato che per i padroni delle fabbriche le nostre vite valgono l’8% in più sulla produzione, le mille storie che vengono raccontate ogni giorno ci insegnano che per molti uomini e, tristemente, anche per alcune donne le nostre vite valgono meno di zero.
L’immaginario del sindacato classico ci dipinge invece come uguali ai nostri colleghi uomini, e le vertenze portate avanti spesso si limitano a trattare temi come la busta paga e la quantità di ore passate sul posto di lavoro, quando invece come sappiamo bene noi non smettiamo mai di lavorare e produrre, subendo un trattamento sempre dispari rispetto ai nostri colleghi.
Attaccare lo sfruttamento non nominando le molestie, le violenze e i ricatti che subiamo quotidianamente in quanto donne e soggettività lgbtqi+ non serve a rafforzare la così detta lotta di classe ma solo ad invisibilizzare e marginalizzare quella parte del mondo del lavoro che non si riconosce nel ruolo del lavoratore maschio, etero e bianco.
Siamo quelle che oltre a soffrire per orari massacranti e paghe da fame dobbiamo subire i commenti di padroni e colleghi. Siamo quelle che oltre a temere di morire schiacciate da un macchinario rischiano di essere stuprate nei bagni o nei parcheggi dei posti di lavoro. Siamo quelle che se provano ad alzare la testa rischiano pure di vedersi portare via i figli. Siamo quelle che se dedicano troppo tempo al lavoro fuori casa non sono buone madri, ma se non lo fanno la coperta familiare diventa troppo corta ed è sempre #tuttacolpanostra. Siamo quelle che rinunciano al lavoro pagato e alla propria autonomia per lavorare gratis in famiglia, curando la casa e i figli, perché a parità di mansione guadagnamo sempre meno dei nostri colleghi uomini, compagni e mariti. Siamo quelle che svolgono il triplo del lavoro, per di più a gratis, per supplire alle mancanze strutturali di un welfare sempre più inesistente, specialmente in pandemia e perché, si sa, a noi ci viene “per natura” la cura domestica e della prole. Siamo quelle a cui, durante un colloqui di lavoro, viene chiesto se intendiamo mettere su famiglia. Siamo quelle che se trans, se lesbiche, bisessuali, intersex o queer veniamo sistematicamente discriminate, mobbizzate e licenziate, se il lavoro poi lo abbiamo trovato. Siamo quelle che senza reddito di autodeterminazione non possono fuoriuscire da situazioni di violenza domestica o lavorativa, siamo quelle che non possono mai pretendere troppo.
Un paio di giorni fa era sciopero generale, giornata importantissima, giornata in cui c’eravamo anche noi.
Magari non ci avete visto in piazza perché facciamo lavori talmente invisibili, precari e sottopagati da non averlo nemmeno mai incontrato un sindacato, oppure perché siamo talmente ricattate da non avere scelta. Invece noi esistiamo, noi ci siamo e vorremmo che ci fosse anche la nostra voce, che si ribadisca tutte, tutti e tuttu insieme che chi ci ruba il tempo, chi ci sfrutta dentro e fuori il posto di lavoro, dentro e fuori casa, chi ci molesta, discrimina e licenzia fa parte dello stesso sistema patriarcale di chi ci uccide, stupra e stalkera. Non possiamo combattere il padroncino di turno senza lottare anche e sempre contro chi ci fa violenza in tutti gli altri ambiti della nostra vita. #sorellaioticredo e #sorellanonseisola valgono sempre, dentro e fuori casa, dentro e fuori la fabbrica, dentro e fuori qualunque posto di lavoro.

Anche per questo saremo in piazza il #27novembre – Giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo

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Assemblea Nazionale Non una di meno

Si conclude oggi l’assemblea nazionale di NON UNA DI MENO a #Bologna. Dopo due anni in presenza, di nuovo vicine, finalmente anche col corpo. Abbiamo condiviso prospettive, strumenti, pratiche e orizzonti di futuri possibili. Verso il 27 novembre a Roma e una nuova fase di mobilitazione contro la violenza maschile e di genere, per continuare a essere il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce
Con Pat nel cuore

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Verità e giustizia per Martina Rossi.

La verità per Martina Rossi non ci interessa, non ci interessa perché già la sapevamo. Sono ormai 10 anni che sappiamo tuttə fin troppo bene cosa possa essere successo a Martina nel suo tentativo di sottrarsi ad uno stupro.

Sono 10 anni che viviamo l’ipotesi del suicidio, portata avanti dalla difesa dei due aggressori, come l’ennesima violenza su ognunə di noi.

Si perché se ti stuprano e sopravvi sei una troia. Se provano a stuprarti e cerchi di proteggerti sei una suicida.

Anche della giustizia ce ne frega poco, perché non é alla giustizia dei tribunali che affidiamo le nostre vite. Non saranno quegli stessi organi che attuano su di noi ogni forma possibile di violenza istituzionale a trasformarsi magicamente in cavalier serventi pronti a sguainare la spada per noi. E di certo non stiamo qui a cercarci un cavaliere servente.

La giustizia che vorremmo è altra, vorremmo che il centro del dibattito non fosse sempre la donna che ha subito. Vorremmo che non ci si concentrasse su giochetti raccapriccianti atti solo ad alzare la polvere e invertire i ruoli fra chi stupra e chi invece è vittima di stupro.

Ma la realtà è che possiamo urlare a testa alta verità e giustizia per Martina Rossi perché i suoi genitori e, con loro, tutte le donne e le soggettività stanche della violenza patriarcale, hanno lottato per 10 anni affinché questa verità non sparisse nel polverone degli avvocati e nei labirinti dei tribunali.
Giustizia perché dopo questi lunghi, faticosi e dolorosi 10 anni di lotta possiamo sorridere e dire che LO STUPRO NON SI ASSOLVE non è solo uno slogan.

Per Martina

Per le altre

Per tuttə noi

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E COSA FACCIAMO CON I VIOLENTI?

Di fronte a questa giustizia retributiva che imparte lo Stato, il libro E cosa facciamo con i violenti?, basato su
riviste degli Stati Uniti, propone l’alternativa di una giustizia trasformativa.
Una delle esperienze più traumatiche con cui mi sono confrontata nella mia militanza politica fu quando,
intorno al 2015, si misero in contatto con Comando Sororidad [commando sorellanza] – collettivo
femminista di Jaén [comune dell’Andalusia] nel quale militavo allora – varie donne, comunicandoci che
stavamo facendo una campagna di appoggio a un compagno che stava subendo una rappresaglia da parte
della polizia, il quale aveva esercitato violenza maschilista. Le donne ci raccontarono in prima persona
testimonianze che colpirono profondamente tutte noi.
La complessità del momento che stavamo vivendo a Jaén, in cui gran parte della militanza politica di sinistra
nella capitale era impegnata nell’appoggio a questo compagno (per il quale veniva chiesta la pena
carceraria per dei fatti in una manifestazione che non aveva commesso), ci fece restare in stato di shock nel
collettivo. Non avevamo alcun tipo di strumento. Non c’eravamo confrontate con nessuna situazione simile
nel nostro anno scarso di attività. Tutto il peso della congiuntura cadde sulle nostre spalle femministe e
dovemmo improvvisare una serie di strategie con cui pretendevamo collettivizzare il problema.

Tre anni dopo, una situazione simile
“Nell’estate del 2018, a noi che facevamo parte di Heura Negra – Assemblea Libertaria del quartiere di
Vallcarca (Barcellona) – ci colpì una situazione complessa, frutto di un’aggressione maschilista accaduta in
ambiente attivista vicino”, così racconta il collettivo che sta dietro il libro E cosa facciamo con i violenti?
Prospettive anarchiche su come affrontare la violenza sessuale e altre aggressioni maschiliste (Descontrol,
2020). È il punto di partenza di una serie di articoli con i quali si cerca di dotare di strumenti di fronte a
situazioni simili le persone o collettivi che si avvicinano alla lettura.
In quel 2018 le componenti di Heura Negra decisero di fare un lavoro di ricerca di riferimenti che
trattassero, da una prospettiva anarchica e non punitiva, la gestione delle aggressioni maschiliste in modo
comune e collettivo. Si imbatterono nella rivista Accounting for ourselves. Breaking the impasse against
agression and abuse in anarchist scene (Raccontato da te stessa. Rompendo l’impasse contro l’aggressione
e l’abuso nel contesto anarchico), una selezione di testi editati negli Stati Uniti nel 2010. Tradussero la
rivista e, di fronte alla carenza di lavori che abbordassero questo dibattito, decisero di presentarlo alla casa
editrice Descontrol per collettivizzare così il proprio lavoro e renderlo utile a più gruppi, assemblee,
collettivi, ecc. La casa editrice, da parte sua, nell’accettare la proposta decise di aggiungere altri testi
(prodotti a Barcellona, Galizia …), modificare l’ordine, dargli un corpo più ampio che arricchisse i punti di
vista e le esperienze di fronte ad un’aggressione maschilista.
Spiego tutto questo perché credo sia importante sapere da dove viene e com’è stato il lavoro di edizione di
un libro come questo. Ma entro nel vivo, che non è poco, perché la sua lettura provoca molti sentimenti
controversi, dubbi, riflessioni, speranze e disperazioni, e la certezza che dobbiamo fare ancora molto lavoro
collettivo, non solo per affrontare situazioni così difficili nelle comunità, ma anche per creare forme di vita
antagonista solide di fronte al modello capitalista neoliberista.

Giustizia trasformativa contro giustizia retributiva
Abbiamo bisogno dell’utopia per immaginare un’altra forma di organizzazione sociale ed economica
possibile – come diceva Bakunin, abbiamo bisogno di “organizzare la società in modo tale che ogni
individuo, uomo o donna, trovi alla sua nascita mezzi quasi uguali per lo sviluppo delle sue diverse facoltà e

il pieno godimento del suo lavoro”. In uno dei suoi testi filosofici, Bakunin parla della giustizia umana contro
la giustizia legale. Quest’ultima sarebbe “la giustizia contenuta nei codici legali e nella giurisprudenza
romana, che si basa fondamentalmente in atti di violenza compiuti con la forza, consacrati dal tempo e
dalla benedizione di qualche chiesa – cristiana o pagana – e accettati come principi assoluti da cui devono
dedursi tutte le leggi per un processo di ragionamento logico”.
La critica dall’ambito libertario allo Stato e a tutto il suo tessuto organizzativo in cui, ovviamente, si trova il
sistema giudiziario e la giustizia retributiva che imparte, è fondamentale. Le compagne del C.A.M.P.A.
(Colectivo de Apoyo a Mujeres Presas de Aragón – collettivo di sostegno alle donne detenute di Aragona)
segnalano nella loro piccola rivista Las cárceles no son feministas che “il populismo punitivo si basa sul
pensiero neoliberista secondo cui le responsabilità sono individuali e la società è una somma di volontà
libere, ammettendo che non esistono i condizionamenti materiali o che la nostra personalità non si
costruisce in base a interazioni sociali”.
Di fronte a questa giustizia retributiva che imparte lo Stato, nella quale di fronte ad un danno, mancanza o
crimine si fissa una pena e dove tutto il processo rimane delegato in un’istituzione in cui non arriviamo a
sapere molto bene cosa succede, un’istituzione con secoli di storia ed erede di un’immagine borghese con
interessi (neo)liberisti e capitalisti, E cosa facciamo con i violenti? propone l’alternativa di una giustizia
trasformatrice. Questo tipo di giustizia, che ben potrebbe avvicinarsi a quella che Bakunin chiamava
giustizia umana, prende da alcune pratiche indigene (come per esempio le Giunte di Buon Governo e le
Commissioni di Onore e Giustizia zapatiste) il lavoro di mediazione e la giustizia restaurativa.
La giustizia restaurativa mette al centro i bisogni delle persone che hanno sofferto un danno e anche in
quelle che lo hanno prodotto, rifiutando il castigo e il compimento di principi legali astratti. Questa giustizia
tenta di ristabilire il momento anteriore al danno causato. Come spiegato in uno dei testi del libro, si tratta
di un modello “basato su una teoria della ‘giustizia’ che interpreta il ‘crimine’ e le cattive pratiche come
un’offesa contro individui o comunità, invece che contro lo Stato”; senza dubbio, una delle debolezze di
questo modello è che il proprio Stato se ne è appropriato. La giustizia trasformativa va oltre, cerca di
ristabilire il momento anteriore e nello stesso tempo opera nella comunità in cui avviene, essendo la
comunità parte del processo; così, attraverso la tecnica della responsabilità cosciente, il cambiamento
opera non solo negli individui affettati, ma nella stessa comunità.
Già si sottolinea in un altro dei testi del libro, “quando parliamo di processo di responsabilizzazione
cosciente noi ci riferiamo a sforzi collettivi per affrontare un danno – in questo caso, un’aggressione
sessuale o una situazione di abuso e/o maltrattamento – non focalizzati nel castigo o nella ‘giustizia
convenzionale’”. Nel libro si mostra, con esempi reali di assemblee e collettivi negli Stati Uniti, i passi da
seguire al momento di utilizzare questo tipo di giustizia come un nuovo orizzonte dentro i nostri spazi. Ciò
nonostante, avvertono che gli ostacoli non sono pochi: la frustrazione di non sapere quando termina il
processo, l’incapacità al momento di porre degli obiettivi reali, le situazioni collettive che incoraggiano
comportamenti irresponsabili – come la cultura dello sballo (il consumo di alcol e/o droghe negli spazi) -.
Precisamente una delle ricchezze del libro è che la compilazione dei testi va oltre e, sebbene vi sia un forte
impegno a spiegare cosa siano la giustizia trasformativa e la responsabilità consapevole, non si limitano
solo a mostrare questa posizione. Si assume che “allo stesso modo della JJ [Justicia Judicial, giustizia
giudiziaria], le concezioni ‘trasformatrici’ crollano senza un’analisi del potere” e ci presentano un altro tipo
di strumenti alternativi. Inoltre, delle quattro sezioni del libro, le ultime due offrono esperienze di azione
diretta, comunicati di mutuo sostegno di fronte ad aggressioni in seno ai collettivi, narrazioni in cui si
racconta l’esperienza/sentimento di fronte ad un’aggressione/violazione e inoltre c’è un testo per capire il
ruolo che gioca la mascolinità nella violazione e la cultura della violazione.

Dalla teoria alla pratica comunitaria
Penso in una frase del libro: “non può esserci responsabilità cosciente comunitaria senza comunità”.
Abbiamo bisogno di comunità forti. Questo mi fa pensare in uno dei progetti più solidi che esistono in
Euskal Herria [Paesi Baschi], si tratta di Errekaleor Bizirik [quartiere autogestito]. Domando a Hirune,

abitante del quartiere liberato, come vivono lì i conflitti che si generano nella comunità; mi confessa che “la
teoria è una cosa e la pratica un’altra, qui abbiamo differenziato tra conflitti che si generano con la
convivenza o tra posizioni politiche, e le aggressioni sessiste e la violenza di genere”.
Nei primi casi, nell’assemblea si forma un gruppo di persone mediatrici che iniziano un processo con
differenti dinamiche per affrontare la questione che ha generato il conflitto. Invece, quando si tratta di
aggressione maschilista o violenza di genere, Hirune racconta che con il tempo si è andati imparando e che
nessun caso si affronta nello stesso modo, “prima si giudicava e si poneva in dubbio la parola della persona
aggredita, ma adesso abbiamo capito che questo tipo di aggressioni ha una buona parte di soggettività e
che pertanto non si può giudicare, e soprattutto in un’assemblea dove ancora si sta lavorando sul
femminismo”. Ora si cerca di fare in modo che la vittima si senta meglio possibile, si forma un gruppo vicino
a lei per sapere come si sente e di cosa ha bisogno, e in base a questo si fa nel seguente modo: “Se non può
convivere nello stesso spazio con la persona che ha commesso l’aggressione, questa deve abbandonare il
progetto; sì, cerchiamo un cambiamento, che la persona accetti ciò che ha fatto e si sottoponga a un
processo di ‘guarigione’ affinché cambi e possa tornare nello spazio, anche se non sempre abbiamo avuto la
forza di farlo”, confessa la compagna di Errekaleor Bizirik. Inoltre rivela il fatto che di solito sono le donne
che si incaricano di questi processi “ora alcuni compagni hanno creato uno spazio proprio per affrontare
questi temi, poiché se gli uomini non affrontano questi temi non possono deliberare nelle assemblee”
afferma.

Una guida
Questo libro è un oggetto che ci può servire nei nostri spazi, anche al di là che siano libertari o meno; un
libro che può servire in assemblee miste o non miste, in gruppi piccoli e più grandi. È una guida di lavoro
che apre il cammino al dialogo, da cui possiamo prendere o scartare approcci, ma che ci fa guardare ad
altre esperienze dall'accumulo di saperi.
Forse mi stridono certe affermazioni rispetto all’anarchismo che sono abbastanza superflue e che hanno a
che fare con l’idea che l’anarchismo sia una subcultura senza un corpo teorico e pratico trasformatore,
mentre l’anarchismo ha una ricchezza di secoli che oggi si ritrova in moltissimi collettivi e organizzazioni.
Essere anarchico, o praticare l’anarchia, ovviamente è molto di più che “odiare la polizia e amare i concerti
punk”. Oltre a questo, e come appare nel libro, bisogna assumere che “nessun processo può essere libero
da dolore e angoscia, però se vogliamo raggiungere dei risultati soddisfacenti, riducendo al minimo
l’impatto sui nostri collettivi, dobbiamo rinunciare al dogmatismo, mettere in discussione i nostri
presupposti e obiettivi e sperimentare criticamente un'ampia gamma di strumenti”.
Cosa avremo dato in quel 2015 per avere un libro come questo nella nostra biblioteca di Comando
Sororidad, per non sentirci sole, per apprendere il doloroso e il difficile da altre esperienze. Come ben dice
Hirune, la teoria è una cosa e la pratica un’altra, e alla fine si apprende nel cammino.

Araceli Pulpillo, 09/06/2021
https://www.pikaramagazine.com/2021/06/y-que-hacemos-con-los-violadores/

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Rito di sorellanza

Anche questo mese ci siamo ritrovate in piazza per il nostro rito di sorellanza, per ridare voce a tutte quelle donne che sono state uccise dalla violenza patriarcale.  Ogni panuelo corrisponde ad un nome, ad una donna, ad una storia.  Noi tramite questo rito vogliamo parlare di queste donne e delle loro storie, ma vogliamo anche evidenziare purtroppo quanto è feroce la violenza patriarcale. Quanto al giorno d’oggi noi non siamo tutelate, non siamo credute, non siamo al sicuro. Questo  non vuol dire che abbiamo paura, anzi ciò vuole proprio dimostrare che in realtà è la libertà di essere donne che spaventa, ed è proprio tale libertà che il patriarcato con i suoi figli vuole distruggere

Noi crediamo nella libertà di ognuna di noi.

Ci vogliamo libere. CI VOGLIAMO VIVE

#bastafemminicietranscidi

 

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Con le donne afghane: ORA E SEMPRE RESISTENZA

Le donne del mondo e le persone nostre alleate stanno con le donne – e tutti i gruppi vulnerabili – dell’#Afghanistan contro l’imperialismo, il militarismo, il fondamentalismo e il fascismo. Nessun* di noi è liber* finché le donne dell’Afghanistan non sono libere.
Le donne del mondo e tutte le persone nostre alleate insorgono, alzano le loro grida e manifestano la loro rabbia per le donne in Afghanistan.
Un’azione di solidarietà globale nella tua città, nel tuo paese, nella tua scuola. Ovunque. Invita tutti, contatta attivist*, studenti, artist*, gruppi per la giustizia sociale e chiunque altro.

👉🏼 Seguiamo l’esempio delle donne afghane sul campo. Chiediamo urgentemente ai governi, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e alle entità regionali di:
• Rifiutare di riconoscere un governo talebano, che non ha alcuna legittimità al di là della forza brutale che comanda e che terrorizza il popolo afghano, in particolare le ragazze e le donne.
• Fermare tutte le forme di sostegno ai talebani, compresi i finanziamenti, la fornitura di armi e capacità tecniche.
• Porre fine all’imperialismo, al militarismo, al fascismo e al fondamentalismo religioso. Fermare e prevenire la manipolazione dei diritti delle donne per interessi commerciali e di altro tipo.
• Sostenere la resistenza delle donne ai talebani in Afghanistan. Rispettare e sostenere l’esercizio da parte delle donne e del popolo afghano dei loro diritti democratici e umani, compreso il loro diritto all’autodeterminazione.
• Evacuare donne e uomini, difensori dei diritti umani, giornalist*, agenti di polizia, dipendenti pubblici, atleti e persone LGBTI+ che desiderano lasciare il paese e garantire il loro passaggio sicuro.
• Creare un organismo indipendente di osservazione, composto da una maggioranza di donne, che abbiano una storia di promozione dei diritti umani delle donne per monitorare la situazione in Afghanistan.
• Accogliere le persone rifugiate, con gli Stati Uniti ei loro alleati che si assumono la responsabilità di finanziare il costo del reinsediamento degli sfollati dall’Afghanistan.
• Aprire immediatamente corridoi umanitari per sostenere il popolo afghano.
• Fermare le politiche commerciali di armi e il complesso industriale militare, che trae profitto dalle guerre in corso in Afghanistan e altrove nel mondo».

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