SCUSATE IL DISTURBO, CI STANNO AMMAZZANDO

Ogni 8 del mese, da ormai un anno, piazza Santissima Annunziata è diventato il luogo in cui ritrovarsi per ricordare le donne uccise per mano di un marito, compagno, fidanzato, familiare. Uomini che le vedevano come un oggetto da possedere tanto nella vita quanto nella morte.

Per ricordare ogni femminicidio e transicidio, viene simbolicamente appeso un lucchetto e un fazzoletto fucsia – un pañuelo, simbolo della lotta femminista – che riporta il nome e la data in cui quella vita è stata interrotta da un atto violento.
La stessa azione viene ripetuta in molte città in tutta Italia, per rendere visibile il fenomeno della violenza sulle donne. I lucchetti sono stati simbolicamente scelti proprio perché richiamano le coppie innamorate, che li attaccano su ponti e grate, ma ormai sappiamo che proprio nella coppia e nell’ideale dell’amore romantico si annida la violenza: la gran parte dei femminicidi sono infatti casi di violenza domestica.
Martedì 8 marzo 2022, durante la manifestazione per lo sciopero femminista e transfemminista, a Firenze in piazza Santissima Annunziata c’erano più di 120 lucchetti e pañuelos. La mattina dopo non c’erano più: erano stati rimossi il 9 mattina dai vigili urbani, armati di flessibile.
Ci chiediamo se mentre facevano tutto questo, mentre toglievano lucchetti e pañuelos, si siano fermati a leggere quei nomi.
Avrebbero mai rimosso una lapide? Ci avrebbero mai sputato sopra?
Avrebbero mai calpestato un monumento alla memoria?
Perché questo era e tornerà ad essere quella installazione.
È memoria viva. Atto di cura. Monito. Accusa. Gesto condiviso. Rito di sorellanza.
Come Non Una di Meno Firenze, riteniamo che l’amministrazione abbia compiuto un grave atto di violenza istituzionale: la retorica del decoro cittadino non può infatti cancellare il ricordo di quelle morti, così come non può negare alla comunità di Firenze il diritto di scegliere dal basso un luogo in cui ritrovarsi e far sentire la propria voce contro la violenza maschile sulle donne.

Riteniamo che questo atto sia esso stesso espressione della violenza sulle donne , l’ennesimo tentativo di invisibilizzare questo fenomeno e di silenziare le donne e le soggettività che contro di esso stanno lottando: non diteci che è solo una coincidenza che sia stato fatto proprio il giorno dopo l’8 marzo. Crediamo invece che sia l’ennesimo segnale delle politiche del sindaco Dario Nardella , che da anni sta limitando in città l’agibilità politica dei movimenti: dalle restrizioni ai cortei nelle strade del centro fino all’uso della violenza per sgomberare le studentesse e le altre soggettività che avevano cercato di aprire uno spazio liberato in città proprio l’8 marzo.

Dopo l’attacco dell’amministrazione comunale, guidata da Nardella, che all’alba del 9 Marzo ha rimosso tutti i lucchetti e panuelos in ricordo delle vittime di femminicidio, siamo tornate  a riprendere lo spazio che è nostro. Quello della sorellanza, quello della cura, quello della memoria e della lotta.

Nei giorni successivi in Piazza della Signoria, mentre fuori dall’aula in cui era in corso il consiglio comunale, coi nostri corpi, la nostra rabbia, il nostro grido per tuttə quellə che più non hanno voce

Ogni 8 del mese, da ormai un anno, piazza Santissima Annunziata è diventato il luogo in cui ritrovarsi per ricordare le donne uccise per mano di un marito, compagno, fidanzato, familiare. Uomini che le vedevano come un oggetto da possedere tanto nella vita quanto nella morte.
Per ricordare ogni femminicidio e transicidio, viene simbolicamente appeso un lucchetto e un fazzoletto fucsia – un pañuelo, simbolo della lotta femminista – che riporta il nome e la data in cui quella vita è stata interrotta da un atto violento.
 Martedì 8 marzo 2022, durante la manifestazione per lo sciopero femminista e transfemminista, a Firenze in piazza Santissima Annunziata c’erano più di 120 lucchetti e pañuelos.
La mattina dopo non c’erano più: erano stati rimossi il 9 mattina dai vigili urbani, armati di flessibile.
Così abbiamo scelto di essere sotto il consiglio comunale, nello stesso momento in cui in aula un Question time domanda chi e perché ha rimosso quei lucchetti.
Abbiamo scelto di esserci non col nostro volto, ma coi nostri corpi. Perché la violenza vissuta da una ci riguarda tutte. Perché il decoro non giustifica la cancellazione della memoria dei femminicidi. Perché siamo sempre noi ad essere considerate indecorose: troppo libere, troppo silenziose, troppo svestite, troppo pudiche, troppo irriverenti. Anche da morte. Anche quando un lucchetto ricorda che siamo state uccise.

Crediamo che una città sia costruita e trasformata prima di tutto da chi la vive. L’installazione di lucchetti e pañuelos in piazza Santissima Annunziata nasce dalla volontà dell’assemblea di Non una di meno – Firenze insieme alle donne, persone trans, femministe e transfemministe di questa città. Crediamo che il governo di questa città debba formalizzare l’installazione in piazza Santissima Annunziata come tributo di memoria, cura e lotta alle vittime di femminicidio, e tributo a tutte coloro che lottano ogni giorno per sopravvivere alla violenza maschile sulle donne.

Abbiamo deciso di essere il grido altissimo e feroce per tutte coloro che più non hanno voce. Oggi facciamo irruzione nel decoro della città con i nostri corpi. Non vogliamo essere decorose, vogliamo essere vive. E finchè la violenza maschile continuerà a spezzare le nostre vite, non smetteremo di essere furiose, indecorose e libere.

Infine siamo state  di nuovo in Piazza Non Una Di Meno (Santissima Annunziata) per rimettere finalmente tutti i lucchetti e i fazzoletti fuxia a simbolo dei transcidi e dei femminicidi del 2021 e dei primi mesi del 2022 che, per ordine del Comune di Firenze e del sindaco Dario Nardella, erano stati tolti con il flessibile la mattina dello scorso 9 marzo, il giorno dopo dello sciopero globale transfemminista contro la violenza sulle donne.

A Dario Nardella , alla sua giunta e alla sua fissa per una città decorosa ma morta e alla mercé dei grandi capitali e del turismo mordi e fuggi rispondiamo con la pratica dal basso del Rito di sorellanza e con il fuoco della nostra rabbia, perché le storie di chi non c’è più sono le nostre, perché non ci accontentiamo di un drappo rosso sul David o di un’ennesima panchina rossa, perché siamo ogni giorno il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce!

La nostra lotta continuerà

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L’otto marzo abbiamo scioperato dal lavoro produttivo e riproduttivo

Abbiamo scioperato nei pressi della sede di  Confindustria, l’associazione simbolo del lavoro d’impresa.  Durante la pandemia non sono mancate le dichiarazioni di esponenti di confindustria che rimarcavano: al primo posto le imprese, a ogni costo, anche al costo della salute di lavoratori e lavoratrici. L’importante è sempre stato che la macchina produttiva continuasse ad andare, anche quando le persone si ammalavano, finivano in ospedale, morivano. 

A fare le spese della retorica sul lavoro in pandemia sono come sempre e soprattutto le donne. Del totale delle persone che hanno perso il lavoro in pandemia oltre il 70% sono donne, sia native che ancora di più migranti, con e senza documenti. Siamo noi a aver rinunciato al lavoro per stare dietro ai figli, lasciati a casa dalla dad, noi ad aver dovuto lavorare il triplo per tenere insieme lavoro e famiglia, noi ad aver colmato i buchi di welfare e servizi. Il motivo per cui sono sopratutto le donne ad aver perso il lavoro è data spesso dalla natura del lavoro stesso. Impiegate nei servizi, con forme di lavoro part time, precarie, e quindi più esposte alle oscillazioni del mercato del lavoro. Essendo raramente nei posti di lavoro apicali, siamo anche quelle meno tutelate e “sicure” rispetto alla perdita del lavoro. Altrettanto penalizzate sono state le nuove assunzioni, sempre meno rispetto agli uomini. La forbice del gap salariale fra donne e uomini, cioè la disparità di salario, non ha fatto che allargarsi. di coloro che hanno perso il lavoro, le donne sono state anche coloro che hanno fatto più fatica a rientrare. 

Non è la pandemia responsabile della diseguaglianza sociale. La pandemia ha solo fatto esplodere diseguaglianze strutturali che storicamente relegano le donne a certi tipi di lavoro, o all’inattività produttiva, o alla sola cura dei propri familiari. Ci rifiutiamo di continuare a reggere un sistema basato sullo sfruttamento dei nostri corpi, che si regge sul nostro lavoro gratuito e sulla nostra disponibilità a sanare le lacune di un sistema di governo, di servizi, di welfare. Ci vogliamo sottrarre alla logica che ci vuole più povere, più malpagate, più sole, più relegate alla cura della casa e della famiglia, più silenziose di fronte ai soprusi. 

Secondo l’ultimo rapporto istat del 2018, sono 1 milione e 400 mila le donne costrette a subire molestie, soprusi e violenze sul posto di lavoro. Colleghi, superiori o altre persone che ci toccano, molestano, baciano, fino ad arrivare al tentativo di utilizzare il nostro corpo come merce, con la richiesta di prestazioni, rapporti o disponibilità sessuali in cambio di assunzioni, crescite professionali, accessi all’occupazione. Perchè spesso per la paura di perdere il lavoro dobbiamo accettare la mano sul culo del nostro capo, le battute sessiste dei colleghi, favori sessuali che ci garantiscano, anche questo mese, di poter sopravvivere. 

Anche da tutto questo oggi scioperiamo! Ci rifiutiamo di essere merce di scambio, di essere pagate meno e di lavorare peggio, di sobbarcarci il lavoro fuori e dentro casa, perchè è scontato che siamo noi a farlo. Ci siamo sentite sole per troppo tempo a tenere insieme i pezzi della nostra vita di fronte a un mondo che sistematicamente ci ha reso impossibile anche solo vivere dignitosamente. Il nostro è uno sciopero dalla solitudine, perchè non una di più accetti condizioni misere, non una di più sia molestata, non una di più sia relegata solo a certi lavori e posizioni e mai ad altre! 

Facciamo partire il nostro grido muto, ci sediamo per terra per un minuto per rappresentare il silenzio e la solitudine a cui siamo state confinate, e al termine liberiamo il nostro grido di rabbia e liberazione!

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L’otto marzo abbiamo scioperato contro ogni forma di guerra

La stessa logica di dominio dei corpi e dei territori riguarda la guerra. Scioperiamo dalla guerra come strumento di dominio, di regolazione dei conflitti, e di espressione di logiche geopolitiche maschili e machiste. Esprimere un netto rifiuto della guerra per Non Una di Meno significa rifiutare di schierarsi da una parte o dall’altra di due potenze mondiali in competizione per affermare il proprio potere. Le femministe condannano Putin e un governo invasore che usa la violenza di stato e il nazionalismo con le parole d’ordine di casa, patria e famiglia, ma anche chi in Europa e in Italia strumentalizza questa condanna per fomentare una corsa agli armamenti e giustificare un intervento bellico. L’invio di truppe e/o di armamenti nella zona di guerra non farà altro che alzare il livello dello scontro!
Mentre le sanzioni economico-finanziarie non scalfiscono il potere degli oligarchi russi ma stanno già duramente colpendo la popolazione civile, la guerra russo-ucraina sta rimettendo in discussione il già problematico progetto di rilancio economico europeo, avviato con NextGeneration Eu e con il PNRR. Le sue conseguenze saranno gravi anche in Europa e innescheranno una nuova pesantissima crisi economica globale. A pagarne il prezzo più alto saranno coloro che sono già stati pesantemente colpiti dalla crisi pandemica, le persone più povere, le donne, chi rifiuta i ruoli di genere, le persone migranti bloccate ai confini.

Non Una Di Meno si oppone a chi, anche in Ucraina, utilizza il nazionalismo come strumento di oppressione e discriminazione, e alla logica di un’accoglienza diversificata per i profughi, che ai confini dell’UE respinge o accetta in base al colore della pelle e alla nazionalità di provenienza.

Le femministe esprimono la loro solidarietà a chi sta subendo le violenze della guerra, allə migranti, ucraine e non, che fuggono dalle devastazioni, a tuttə coloro che in Russia si stanno ribellando al governo autoritario di Putin e sfidano la repressione più dura, alle donne ucraine in Italia, spesso costrette a condizioni di sfruttamento e emarginazione dal vincolo del permesso di soggiorno. Lo sciopero femminista e trasfemminista mette anche in discussione le condizioni violente della pace che produce violenza istituzionale, sui confini e gerarchie.

Questa riportata è una parte  del comunicato delle compagne femministe russe: 

Come cittadine russe e femministe, condanniamo questa guerra. Il femminismo come forza politica non può essere dalla parte di una guerra di aggressione e occupazione militare. Il movimento femminista in Russia lotta per i soggetti più deboli e per lo sviluppo di una società giusta con pari opportunità e prospettive, in cui non ci può essere spazio per la violenza e i conflitti militari.

Guerra significa violenza, povertà, sfollamenti forzati, vite spezzate, insicurezza e mancanza di futuro. Tutto ciò è inconciliabile con i valori e gli obiettivi essenziali del movimento femminista. La guerra intensifica la disuguaglianza di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani. La guerra porta con sé non solo la violenza delle bombe e dei proiettili, ma anche la violenza sessuale: come dimostra la storia, durante la guerra il rischio di essere violentata aumenta di molto per qualsiasi donna. Per questi e molti altri motivi, le femministe russe e coloro che condividono i valori femministi devono prendere una posizione forte contro questa guerra scatenata dalla leadership del nostro paese.

La guerra in corso, come mostrano i discorsi di Putin, è anche combattuta all’insegna dei «valori tradizionali» dichiarati dagli ideologi del governo, valori che la Russia avrebbe deciso di promuovere in tutto il mondo come missione, usando la violenza contro chi rifiuta di accettarli o intende mantenere altri punti di vista. Chiunque sia capace di pensiero critico comprende bene che questi «valori tradizionali» includono la disuguaglianza di genere, lo sfruttamento delle donne e la repressione statale contro coloro il cui stile di vita, autoidentificazione e azioni non sono conformi alle ristrette norme del patriarcato. La giustificazione dell’occupazione di uno stato vicino con il desiderio di promuovere norme così distorte e perseguire una «liberazione» demagogica è un altro motivo per cui le femministe di tutta la Russia devono opporsi con tutta la loro forza a questa guerra.

Le femministe sono una delle poche forze politiche attive in Russia. Per molto tempo le autorità russe non ci hanno percepito come un movimento politico pericoloso, e quindi rispetto ad altri gruppi politici siamo state temporaneamente meno colpite dalla repressione statale. Attualmente più di quarantacinque diverse organizzazioni femministe operano in tutto il paese, da Kaliningrad a Vladivostok, da Rostov-on-Don a Ulan-Ude e Murmansk. Chiediamo ai gruppi femministi russi e alle singole femministe di unirsi alla Resistenza femminista contro la guerra e unire le forze per opporsi attivamente alla guerra e al governo che l’ha iniziata. Chiediamo anche alle femministe di tutto il mondo di unirsi alla nostra resistenza. Siamo tante e insieme possiamo fare molto: negli ultimi dieci anni, il movimento femminista ha acquisito un’enorme forza mediatica e culturale. È tempo di trasformarla in potere politico. Siamo l’opposizione alla guerra, al patriarcato, all’autoritarismo e al militarismo. Siamo il futuro che prevarrà.

Chiediamo alle femministe di tutto il mondo:

– Di partecipare a manifestazioni pacifiche e lanciare campagne offline e online contro la guerra in Ucraina e la dittatura di Putin, organizzando le proprie azioni. Sentitevi libere di usare il simbolo del movimento femminista di resistenza contro la guerra nei vostri materiali e pubblicazioni, così come gli hashtag #FeministAntiWarResistance e #FeministsAgainstWar.

– Di diffondere informazioni sulla guerra in Ucraina e sull’aggressione di Putin. Abbiamo bisogno che il mondo intero sostenga l’Ucraina e si rifiuti di aiutare in alcun modo il regime di Putin.

– Di condividere questo appello con altre. È necessario dimostrare che le femministe sono contrarie a questa guerra e a qualsiasi tipo di guerra. È anche fondamentale far vedere che ci sono ancora attiviste russe pronti a unirsi per opporsi al regime di Putin. Siamo tutte a rischio di persecuzione da parte dello stato e abbiamo bisogno del vostro appoggio.

Insieme alle femministe russe e in tutta Europa, Non una di Meno chiede una cessazione immediata delle operazioni militari, di avviare le politiche di disarmo e di rifiuto dei patti miliari, un trasferimento delle spese militari al welfare, all’istruzione e alla sanità, libertà di movimento e un permesso di soggiorno europeo incondizionato per tutte e tuttx.
L’unica guerra che vogliamo è quella contro il patriarcato!

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L’Otto marzo ho scioperato per un diritto alla salute universale

Siamo andate di fronte alla Regione Toscana che si vanta a torto di aver fatto da apripista per l’accesso all’aborto farmacologico direttamente nei consultori. Questa è la stessa regione che dice di avere a cuore la nostra salute e diritti riproduttivi ma che allo stesso tempo sostiene l’obiezione di coscienza e i gruppi antiabortisti e si rende complice di violenza e sovradeterminazione sui nostri corpi negando la nostra libertà di scegliere se avere figli o no .Questa è la regione che nel 2017 ha siglato un accordo con i movimenti pro vita, gruppi d’odio dediti ad impedire alle donne di scegliere liberamente sul proprio corpo,  con un finanziamento di 195mila euro ogni tre anni e un canale privilegiato d’ingresso nei consultori pubblici per l’accompagnamento delle donne alla maternità e prevenzione dell’aborto. Con la campagna Smutandate e le  ripetute incursioni in Consiglio Regionale siamo riuscite ad ottenere il congelamento del finanziamento, ma la Regione Toscana non  ha mai reso pubblico come sono stati impiegati i soldi gia’ spesi, vogliamo che rendano palesi le profonde connessioni con i gruppi antiscelta! Chiediamo una ricollocazione dei 195.000 euro per potenziare i consultori! In questa regione nel suo ospedale di Careggi i ginecologi obiettori rappresentano il 68%, a Borgo San Lorenzo il 70%. Chiediamo di allontanare dalle carriere mediche ginecologiche e dai reparti di ginecologia gli obiettori di coscienza: non vogliamo più affidare i nostri corpi a persone che negano il diritto di scegliere sulle nostre vite!  La struttura dedicata della ASL alla IVG su Firenze, il  Palagi si rifiuta di fornirci i dati aggiornati sull’obiezione, ma abbiamo evidenza che oppone una forte ostruzione all’accesso all’aborto farmacologico impedendolo a gestanti oltre la settima settimana, violando così le linee guida nazionali che prescrivono il farmacologico fino alla nona settimana, e  obbligando a recarsi in struttura ben 7 volte prima di riuscire ad abortire, come se abortire dovesse essere una punizione divina. Vogliamo che l’aborto non passi attraverso l’ingerenza del potere medico, che alla persona gestante se lo desidera sia data la possibilita’ di ottenere le pillole abortive con un unico accesso alla struttura e di autoprocurarsi l’aborto come libero atto di autodeterminazione sul proprio corpo. 

Questa è la regione che negli ultimi anni ha sempre più privatizzato il servizio sanitario,  ha completamente smantellato il capillare sistema consultoriale sul territorio toscano. I consultori si sono ormai svuotati della centralità conferita dalla Legge 194 per la salute sessuale riproduttiva diventando dei poliambulatori completamente inservibili per le esigenze di prevenzione in ambito ginecologico e di accesso all’IVG: come si può garantire la salute delle donne e dei corpi gestanti se si è abolito l’accesso diretto e si e’ introdotto tempi di attesa di almeno 3 mesi? Ce la siamo pesa con la regione perché sappiamo che in Italia abortire è un gioco. Ma non uno di quei giochi facili. In Italia è un gioco macabro e terribile. Una sorta di gioco dell’oca dove per ogni singolo passaggio si presentano continui impedimenti e difficoltà. Dove alla fine se c’è solo la possibilità di abortire non è per tuttu. E quando riesci ad abortire nella maggior parte dei casi ne esci distrutta e stanca solo per quello che la società e lo stato ti hanno costretta a subire.                                                          In Italia è difficile trovare un@ medic@ che certifichi la tua gravidanza. È difficile trovare un@ medic@ che appena viene a conoscenza della tua volontà di abortire, non ti ostacoli.
In Italia non è solo difficile trovare un@ medic@ per abortire. È difficile addirittura trovare una struttura per abortire. In Molise c’è un solo medico non obiettore per un’intera regione. In Sicilia sei costretta a guidare anche 8-9 ore. Qui a Firenze al Palagi devi farti ben 7 viaggi in ospedale per riuscire a terminare il percorso IVG farmacologico.
Sei costretta ad assentarti da scuola, da lavoro.
E come se tutto ciò non bastasse, alla fine ti ritrovi a confrontarti con personale obiettore, giudicante e violento. Ti ritrovi medic@, infermier@ che invece ti seguirti e aiutarti ti giudicano, ti ostacolano e molto spesso ti maltrattano negandoti anche l’assistenza di base. In Italia conviviamo con un sistema che tenta di negarci l’aborto farmacologico perché ci permette di riappropriarci dei nostri corpi; perché se non ti operano non è un vero aborto: non hai sofferto abbastanza.
In Italia conviviamo con un sistema che ci giudica psicologicamente fragili, (pazze) solo perché (desiderose) vogliamo scegliere di abortire e quindi ci costringe anche ad una visita psicologica, per giudicare che persone siamo, ciò che è meglio per la nostra vita, per farci cambiare idea.

In Italia il corpo non è nostro. La decisione non è la nostra. Siamo in balia di un sistema cattobigotto, malato e giudicante che vuole controllare i nostri corpi e le nostre vite.

Se oggi siamo in piazza è per rivendicare un aborto che sia realmente libero, sicuro e garantito. Rivendichiamo il nostro sacrosanto diritto di decidere sui nostri corpi.
Vogliamo poter abortire in pace. Vogliamo l’aborto farmacologico in tutti gli ospedali e in tutti i consultori. Vogliamo gli obiettori fuori dagli ospedali e dalle nostre mutande.
Vogliamo poter abortire in maniera sicura, con un personale medico che ci assiste e non ci ostacola.
Voglio un aborto transfemminsista.

Voglio anche poter dire: io ho abortito e sto bene.Vogliamo che la contraccezione venga riconosciuta come gratuita a livello universale, non circoscritta a determinate fasce di età e di reddito. Vogliamo che l’accesso ai servizi sociosanitari e il diritto alla salute e al welfare, anche sessuale e riproduttiva sia di carattere universalistico e incondizionato; vogliamo che questi servizi siano rispettosi dell’autodeterminazione delle differenti soggettività: includendo quindi, oltre le migranti, anche per le persone trans, non-eterosessuali (LGBTQIA+), disabili, donne in strutture limitative della libertà personale (incluso l’accesso alle cure ormonali alle persone transessuali) e sex workers. Vogliamo risignificare i consultori come spazi politici, culturali e sociali oltre che come servizi socio-sanitari, vogliamo che diventino luoghi di scambio fra donne e soggettività non binarie dove poter discutere liberamente delle scelte che attraversano i nostri corpi, di consenso e di piacere! 

VOGLIAMO UNA SALUTE TRANSFEMMINISTA!!! 

 

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L’Otto marzo abbiamo scioperato contro la violenza maschile sulle donne

L’8 marzo è il giorno dello sciopero globale femminista e transfemminista. Da 6 anni abbiamo trasformato una giornata di festa rituale, in cui venivano regalate al massimo alle donne le mimose o buoni acquisto al supermercato, in una giornata di lotta. Lotto marzo interrompiamo tutte le attività produttive e riproduttivi, smettiamo di svolgere tutte le nostre mansioni. E quando ci fermiamo noi, si ferma il mondo!
Scegliamo di sottrarci per due motivi. Da un lato per mostrare quanto lavoro, pagato e non pagato, ci ritroviamo a svolgere. Spesso pagate meno o non pagate per niente, fuori e dentro la casa. Dall’altro per sottrarci a un mondo che ci molesta, ci stupra, abusa di noi, ci uccide. Interrompiamo il meccanismo dello sfruttamento lavorativo e della violenza, come elemento sistemico delle nostre vite.
La violenza maschile contro le donne è sistemica: attraversa tutti gli ambiti delle nostre vite, si articola, autoalimenta e riverbera senza sosta dalla sfera familiare e delle relazioni, a quella economica, da quella politica e istituzionale, a quella sociale e culturale, nelle sue diverse forme e sfaccettature – come violenza fisica, sessuale e psicologica. Non si tratta, dunque, di un problema emergenziale, né di una questione geograficamente o culturalmente determinata. La violenza maschile è espressione del patriarcato, sistema di potere maschile che a livello materiale e simbolico ha permeato la cultura, la politica, le relazioni pubbliche e private. Oppressione e ineguaglianza di genere non hanno quindi un carattere sporadico o eccezionale: al contrario, strutturale. Da femministe abbiamo sempre denunciato le catene imposte dal patriarcato alla nostra autodeterminazione e libertà di scelta – attraverso gli stereotipi sessuali, il diritto, la chiesa o altri istituti religiosi e, soprattutto, attraverso la famiglia – evidenziando la connessione intima tra questi strumenti di dominio e l’imposizione della norma eterosessuale.
Lo sciopero femminista è l’occasione che abbiamo per ribellarci contro l’oppressione, per mettere in collegamento le diverse condizioni in cui viviamo e conquistare la forza di dire che non vogliamo più essere vittime o solo numeri nelle statistiche della violenza, dei femminicidi, della disoccupazione, della povertà. Nessuno parlerà per noi, dobbiamo parlare in prima persona.
Il patriarcato, e dunque la violenza maschile, sono inoltre da sempre funzionali alle logiche del profitto e dell’accumulazione capitalistica, all’organizzazione della società secondo rapporti di sfruttamento. Rapporti che attraversano la società e che si intersecano, in molti modi, con i dispositivi di potere e subordinazione basati sul genere, la classe e l’origine. In tal senso affermiamo che la violenza assume molteplici configurazioni e che il femminicidio è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno assai più profondo e radicato.
Nel 2021 sono state uccise 113 donne e 2 persone trans. Dall’inizio del 2022 ad ora, sono già 14 quelle che mancano, perché uccise dal proprio compagno, da un parente, da un conoscente.
La violenza maschile contro le donne si esprime in molte forme: come dominazione sui corpi, ma anche sui territori. Ci definiamo ecofemministe perché guardiamo al corpo-territorio come luogo di sfruttamento, estrazione, profitto, violenza patriarcale. L’ambiente che ci circonda subisce le stesse logiche che si abbattono sui corpi femminilizzati. Lottare per la tutela dei territori, per l’ecosistema, contro il consumo del suolo e delle risorse è una lotta femminista in grado di tenere insieme la dimensione del corpo, della cura e della giustizia sociale e ambientale.

La violenza maschile ha toccato il suo apice quando nel 2008 viene denunciato da una donna uno stupro di gruppo, avvenuta alla fortezza dal basso. Sette uomini tra i 20 e i 25 anni vengono indagati, e in un primo momento sei di loro vengono condannati. Nel 2015 però la corte d’appello di Firenze assolve con formula piena tutti gli imputati, perchè il fatto non sussiste. nella sentenza vengono fatti numerosi richiami alla vita privata della donna, definita come ““soggetto femminile fragile, ma al tempo stesso creativo, disinibito, capace di gestire la propria (bi)sessualità …  e in quanto tale ugualmente responsabile dello stupro. 

Nonostante il biasimo della corte europea la sentenza non è cambiata: colpevole è sempre e comunque la donna. Perchè troppo libera, perchè bisessuale, perchè autonoma o determinata, perchè camminava di notte da sola, perchè si divertiva a una festa. Il fenomeno della violenza secondaria reitera la violenza contro le donne, lesbiche, trans e persone non binarie, in tutti i luoghi in cui avviene un tentativo di denuncia della violenza: ospedali, tribunali, ma anche gruppi di amici, familiari. La parola delle donne non basta per essere credibile perchè in fondo, in qualche modo, se la sono cercata, sempre e comunque. Ma a Firenze, non è la prima volta che capitano episodi del genere. La notte tra il 6 e il 7 settembre 2017 due studentesse americane sono state adescate e poi violentate da due carabinieri in servizio, Marco Camuffo e Pietro Costa, entrambi condannati in via definitiva. 

Eppure, neanche una condanna basta per cambiare il clima di complicità e omertà che circonda gli episodi di stupro. Poco dopo infatti Marco Camuffo si è sentito libero di aprire il suo bar a Prato, nei pressi di una scuola, e vantandosi di aver “liberato” il posto dalla precedente gestione di cinesi. Razzismo e sessismo si intrecciano, e i colpevoli possono continuare la propria vita indisturbati, mentre ad essere ridotte alla vergogna, al silenzio, alla gogna mediatica e spesso alla vittimizzazione secondaria dei tribunali sono sempre le donne che denunciano. 

Queste vicende rappresentano una vergogna di cui sono responsabili tutti coloro che alimentano e riproducono la cultura dello stupro. Contro tutti loro ripetiamo che sorella, noi ti crediamo! Che crediamo alle parole di  chi denuncia, che non servono dettagli, spiegazioni, prove e testimoni. Che a definire cosa sia o meno violenza sono le parole di chi la vive. Gridiamo ancora più forte che l’aggressore sei tu, lo stupratore sei tu. Vogliamo rompere la catena del silenzio e della complicità che spesso circonda lo stupro, le molestie e gli abusi. Per fare un violento ci vuole un villaggio, e noi quel villaggio lo facciamo esplodere con la nostra rabbia!

Non vogliamo avere paura di uscire sole la notte. Le strade libere le fanno le donne che le attraversano. Non vogliamo aver paura di avere una gonna troppo corta, di aver bevuto troppo, di aver riso troppo, di aver detto forse e poi no, di non avere urlato. Vogliamo essere libere di starci finchè ci va, e che il nostro no sia sempre e comunque un no. Non siamo noi a dover imparare a difenderci meglio, ma il mondo attorno a noi che deve cambiare. Agitiamo in aria le nostre chiavi di casa, simbolo della libertà di poter girare dove vogliamo, di notte e di giorno. Le agitiamo perchè siamo stanche di doverle stringere in mano per paura che qualcuno ci attacchi, siamo stanche di vedere in ogni ombra, in ogni persona una minaccia. Vogliamo essere libere di camminare, da sole e con le nostre sorelle. Libere dalla violenza domestica nelle nostre case e libere dalla violenza fuori, nella città.

Non uno stupro di più, non una donna di più ridotta al silenzio e colpevolizzata! 

Sorella noi ti crediamo! Se toccano una, rispondiamo tutte!

 

 

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Con le operaie di Marradi

Oggi come Nudm Firenze e Mugello abbiamo portato la nostra solidarietà alle operaie dell’Ortofrutticola del Mugello in presidio permanente di fronte alla fabbrica dei marroni di Marradi.

Come trans-femministe crediamo che la lotta la sistema patriarcale si traduca anche in lotta anticapitalista. Noi ci stiamo più ad essere soppresse da questo sistema che ci sfrutta e alla fine vuole disfarsi di noi. La lotta e l’odio verso questo sistema è ciò che ci unisce, la sorellanza è la nostra forza.

Ci uniamo alla lotta contro la delocalizzazione e contro il licenziamento delle 90 operaie. Sorelle non siete sole.

Verso l’8M: non una lavoratrice di meno

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Il nostro rito di sorellanza: verso l’8 marzo

DALL’8 MARZO 2021 CI INCONTRIAMO OGNI 8 DEL MESE IN UN RITO DI SORELLANZA PER RICORDARE CON RABBIA E DOLORE LE VITTIME DI FEMMINICIDIO E TRANSICIDIO.INSIEME APPENDIAMO UN LUCCHETTO E UN PAÑUELO PER OGNI DONNA E SOGGETTIVITÀ CHE È STATA UCCISA AFFINCHÉ LA VIOLENZA STRUTTURALE CHE VIVIAMO SIA, ALMENO SIMBOLICAMENTE, IMPOSSIBILE DA NASCONDERE SOTTO IL TAPPETO E VISIBILE ATTRAVERSO LA NOSTRA PRESENZA.

VI ASPETTIAMO L’8 FEBBRAIO DALLE 18:00 IN PIAZZA NON UNA DI MENO (EX PIAZZA SS ANNUNZIATA) PER NON DIMENTICARE E NON FAR PASSARE SOTTO SILENZIO.

PER LOTTARE.

PER PUNTARE INSIEME IL DITO CONTRO LA VIOLENZA MACHISTA CHE CI VORREBBE SOTTOMESSE E SILENZIOSE.

L’8 MARZO 2022 SAREMO DI NUOVO IN PIAZZA MA QUESTA VOLTA SCIOPERANDO E URLANDO ANCORA PIÙ FORTE! 

E NON CI FERMEREMO, OGNI 8 DEL MESE CI VEDIAMO E CI VEDREMO IN PIAZZA NON UNA DI MENO!

PERCHÉ SIAMO IL GRIDO ALTISSIMO E FEROCEDI TUTTE QUELLE DONNE CHE PIÙ NON HANNO VOCE!

FRANÇAIS

DEPUIS LE 8 MARS 2021, NOUS NOUS RÉUNISSONS TOUS LES 8 DU MOIS AUTOUR D’UN RITE DE SORORITÉ POUR NOUS SOUVENIR AVEC COLÈRE ET TRISTESSE DES VICTIMES DE FÉMINICIDES ET DE TRANSICIDES.

ENSEMBLE, NOUS ACCROCHONS UN CADENAS ET UN PAÑUELO POUR CHAQUE VICTIME AFIN QUE LA VIOLENCE STRUCTURELLE QUE NOUS VIVONS SOIT, AU MOINS SYMBOLIQUEMENT, IMPOSSIBLE À BALAYER SOUS LE TAPIS ET VISIBLE PAR NOTRE PRÉSENCE.

NOUS VOUS ATTENDONS LE 8 FÉVRIER À PARTIR DE 18H00 SUR LA PIAZZA NON UNA DI MENO (EX PIAZZA SS ANNUNZIATA) POUR NE PAS OUBLIER ET POUR NE PAS PASSER SOUS SILENCE.

POUR SE BATTRE.

POUR POINTER ENSEMBLE DU DOIGT LA VIOLENCE MACHISTE QUI VOUDRAIT NOUS VOUDRAIT SOUMISES ET SILENCIEUSES.

LE 8 MARS 2022, NOUS SERONS À NOUVEAU DANS LA RUE, MAIS CETTE FOIS, NOUS FERONS GRÈVE ET NOUS CRIERONS ENCORE PLUS FORT !

ET NOUS NE NOUS ARRÊTERONS PAS, TOUS LES 8 DU MOIS NOUS NOUS RETROUVERONS SUR LA PLACE NON UNA DI MENO.

PARCE QUE NOUS SOMMES LE CRI AIGU ET FÉROCE DE TOUTES CES FEMMES QUI N’ONT PLUS DE VOIX.

ENGLISH

SINCE THE 8TH MARCH 2021 WE MEET EVERY 8TH OF THE MONTH IN A SISTERHOOD CEREMONY TO REMEMBER WITH ANGER AND SORROW THE VICTIMS OF FEMINICIDE AND TRANSICIDE.

FOR EACH ASSASSINATED WOMAN AND SUBJECTIVITY WE HANG A PADLOCK AND A PAÑUELO; IN THIS WAY THE STRUTTURAL VIOLENCE WE LIVE CANNOT BE HIDDEN AND BECOME VISIBLE – AT LEAST SYMBOLICALLY – WITH OUR PRESENCE.
YOU ARE INVITED THE 8TH FEBRUARY AT 6PM IN  PIAZZA NON UNA DI MENO (PIAZZA SS ANNUNZIATA) TO NOT FORGET AND SILINCE GENDER-BASED VIOLENCE.
TO FIGHT.
TO POINT FINGER AT THE MALE VIOLENCE THAT WANTS US SUBDUED AND QUIET.
THE 8TH MARCH 2022 WE WILL BE BACK AGAIN IN THE SQUARE, THIS TIME IN A STRIKE SCREAMING EVEN HARDER!  
WE WON’T STOP, EVERY 8TH OF THE MONTH WE ARE GOING TO MEET AT PIAZZA NON UNA DI MENO!
WE ARE THE LOUD AND FIERCE CRY OF ALL THOSE WOMEN WHO NO MORE HAVE A VOICE!
ESPAÑOL

A PARTIR DEL 8 DE MARZO DE 2021 NOS REUNIMOS EL DÍA 8 DE CADA MES, EN UN RITO DE SORORIDAD PARA RECORDAR CON RABIA Y DOLOR A LAS VÍCTIMAS DE FEMINICIDIO Y TRANSICIDIO.

JUNTAS COLGAMOS UN CANDADO Y UN PAÑUELO POR CADA MUJER Y SUBJETIVIDAD QUE HA SIDO ASESINADA, PARA QUE LA VIOLENCIA ESTRUCTURAL QUE VIVIMOS SEA, AL MENOS SIMBÓLICAMENTE, IMPOSIBLE DE OCULTAR BAJO LA ALFOMBRA Y VISIBLE A TRAVÉS DE NUESTRA PRESENCIA.
LOS ESPERAMOS EL 8 DE FEBRERO A PARTIR DE LAS 18:00 EN PIAZZA NON UNA DI MENO (EX PIAZZA SS ANNUNZIATA) PARA NO OLVIDAR Y NO PASAR EN SILENCIO.
LUCHAR, PARA JUNTOS SEÑALAR CON EL DEDO LA VIOLENCIA MACHISTA Y LA
SUMISIÓN SILENCIOSA.
EL 8 DE MARZO DE 2022 ESTAREMOS DE VUELTA EN LA PLAZA, PERO ESTA VEZ HACIENDO HUELGA Y GRITANDO AÚN MÁS FUERTE!
NO PARAREMOS, EL 8 DE CADA MES NOS VEMOS Y NOS VEREMOS EN PIAZZA NON UNA DI MENO.
¡PORQUE SOMOS EL GRITO ALTO Y FEROZ DE TODAS AQUELLAS MUJERES QUE YA NO TIENEN VOZ!

 

                                            عربى

ابتداء من 8 مارس 2021، سنلتقي كل يوم 8 من الشهر في طقوس أخوية لنتذكر بغضب وألم ضحايا قتل الإناث وجرائم ضد مجتمع الميم

نعلق معًا قفلًا ومنديلًا ورديًا لكل امرأة قتيلة أو مغدور بها من مجتمع الميم حتى  يصبح العنف المجتمعي الذي نعيش فيه، على الأقل رمزياً ، من المستحيل إخفاءه تحت السجادة ويمكن رؤيته من خلال وجودنا

ننتظركن يوم 8 فبراير من الساعة 18:00 في ميدان  NUDM حاليا

 سابقًا  SS Annunziata ميدان

حتى لا ننسي ولا تمر هذه الحوادث بصمت

حتى نناضل

لإدانة العنف العائلي الذي يريد أن يجعلنا خاضعات وصامتات

في يوم 8 مارس 2022 سنعود إلى الميدان ولكن هذه المرة نضرب ونصرخ بصوت أع

فلن نتوقف، كل 8 من الشهر سوف نلتقي في ميدان NUDM

لأننا صرخة سامية وشرسة لكل هؤلاء النساء اللواتي لم يعد لهن صوت

ROMÂNĂ

DIN 8 MARTIE 2021 NE ÎNTÂLNIM ÎN FIECARE ZI DE 8 DIN FIECARE LUNǍ ÎNTR-UN RITUAL DE SURORI PENTRU A

AMINTI CU FURIE ȘI DURERE VICTIMELE DE FEMINICID ȘI TRANSEGENDER UCISE

ÎMPREUNǍ VOM ATÂRNA UN LACǍT ȘI O BATISTǍ PENTRU FIECARE FEMEIE SI SUBIECTIVITATE CARE AU FOST UCISE

ASTFEL INCÂT VIOLENȚA STRUCTURALǍ ÎN CARE TRǍIM SǍ FIE, MǍCAR SIMBOLIC, IMPOSIBIL DEASCUNS SUB COVOR ȘI

VIZIBILE PRIN INTERMEDIUL PREZENȚEI NOASTRE.

VǍ AȘTEPTǍM ÎN 8 FEBRUARIE DE LA ORA 18:00 ÎN PIAZZA NON UNA DI MENO (FOSTA PIAȚǍ SS ANNUNZIATA)

PENTRU A NU UITA ȘI A NU LǍSA TǍCEREA SǍ ACOPERE CE SE ÎNTÂMPLǍ.

PENTRU A LUPTA.

PENTRU A ARǍTA CU DEGETUL VIOLENȚA SEXISTǍ CARE AR VREA SǍ FIM SUPUSE SI TǍCUTE.

ÎN 8 MARTIE 2022 VOM FI DIN NOU ÎN PIAȚǍ DAR DE DATA ACEASTA FǍCÂND GREVǍ ȘI URLÂND ȘI MAI TARE!

ŞI NU NE VOM OPRI , ÎN FIECARE ZI DE 8 DIN FIECARE LUNǍ NE INTÂLNIM ȘI NE VOM INTÂLNI ÎN PIAȚA NON UNA

DI MENO (NICI UNA MAI PUȚIN)!

PENTRU CǍ SUNTEM STRIGǍTUL PUTERNIC ȘI FEROCE AL TUTUROR ACELOR FEMEI CARE NU MAI AU VOCE!

Pubblicato in Campagne, Eventi | Commenti disabilitati su Il nostro rito di sorellanza: verso l’8 marzo

PRESIDIO: ABORTO, TOSCANA INADEMPIENTE

Fatta la legge (da 40 anni) e trovato l’inganno: troppi sono gli aspetti non applicati della legge 194, che garantisce il diritto all’aborto. Anche in Toscana, tra il dilagare dell’obiezione di coscienza e la mancanza di protocolli snelli, le donne e le persone gestanti che intendono interrompere la gravidanza si trovano in un percorso ad ostacoli.  Ci siamo ritrovate in piazza per chiedere più soldi alla rete dei consultori, ed evitare che tali fondi vadano alle reti degli antiabortisti!  Ci siamo ritrovate per chiedere l’applicazione delle nuove linee guida per l’aborto farmacologico, con la riduzione del numero di accessi!

Qui il nostro intervento

Nel giugno 2020 la Giunta della Regione Toscana adottava la Delibera n.827 aprendo  la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza tramite strutture ambulatoriali e consultoriali senza recarsi in ospedale. Eravamo alla fine della prima ondata pandemica e la semplificazione delle procedure di accesso all’IVG è sembrata una svolta per i nostri governatori sia in termini di risparmio che di visibilità. L’allora presidente Enrico Rossi non mancò di ribadire il primato della Regione Toscana sulle altre regioni italiane nell’introduzione dell’aborto farmacologico e della somministrazione della Ru486 al di fuori dell’ospedale.

La realtà dei nostri territori ci racconta uno scenario molto diverso da quello che ci dicono le istituzioni. Durante il primo lockdown come Non Una di Meno Firenze abbiamo istituito un servizio di accompagnamento all’aborto per aiutare coloro che desideravano accedere all’Interruzione di Gravidanza nel deserto di  informazioni sul percorso causato dalle mutate condizioni di accesso ai servizi sanitari. Se l’accesso al farmacologico si era oltremodo complicato per i ritardi per ottenere il certificato medico attestante la gravidanza, per accedere all’aborto chirugico invece per diversi mesi ci si è dovuti rivolgere ad una clinica privata nell’interland di Vinci neache raggiungibile con i mezzi pubblici, come se abortire dovesse essere una punizione divina.

Nei mesi abbiamo monitorato l’erogazione dei servizi sul territorio fiorentino e abbiamo potuto constatare che, nonostante le delibere e le passarelle istituzionali, l’accesso all’aborto farmacologico presenta tuttora numerose criticità che rendono la Regione Toscana largamente inadempiente. 

  • I CONSULTORI SONO SEMPRE PIÙ INACCESSIBILI

Fiori all’occhiello della legge 194, i consultori si sono ormai svuotati della centralità originaria per la salute sessuale riproduttiva diventando attualmente  dei poliambulatori. Nonostante la citata delibera della Regione Toscana stabilisca il potenziamento del ruolo dei consultori per l’accesso all’IVG, l’abolizione dell’accesso diretto (ad accezione dei consultori giovani) e la conseguente introduzione della prenotazione tramite CUP, li rendono inservibili, dal momento che sappiamo che spesso l’aborto è una corsa contro il tempo.

  • L’OBIEZIONE DI COSCIENZA CONTINUA AD OSTACOLARE L’IVG: dati aggiornati su obiezione riportano che i ginecologi obiettori a Careggi rappresentano il 68%, a Borgo San Lorenzo il 70%.
  • IL FARMACOLOGICO NON VIENE SEMPRE PRESCRITTO ENTRO LE 9 SETTIMANE 

Non tutte le strutture della Regione Toscana rispettano le più recenti Linee di indirizzo del Ministero della Salute che prevedono il ricorso al farmacologico fino a 63 giorni pari a 9 settimane compiute di età gestazionale. Ci sono arrivate segnalazioni che presso l’azienda ospedaliera Palagi non viene fatta accettazione per utenza a più di 7 settimane di gestazione. 

  • GLI ACCESSI PER L’IVG SONO TROPPI e LE STRUTTURE SONO POCHE

L’accesso all’IVG è sempre di più un percorso ad ostacoli: in tempi pandemia quando i passaggi dovrebbero essere semplificati, abortire comporta accedere alle strutture sanitarie a più riprese per ciascuna delle seguenti prestazioni sanitarie: analisi delle urine, certificato medico attestante la gravidanza, accettazione, prima somministrazione, seconda somministrazione e visita di controllo, questo significa recarsi presso i presidi sanitari ben 7 volte. Inoltre, le strutture abilitate per IVG farmacologico in seguito alla delibera sono rimaste le poche strutture ospedaliere già presenti costringendo le donne e persone gestanti delle periferie a lunghi e ripetuti spostamenti.

  • LA DEGENZA è LESIVA DELLA DIGNITA’ DELLE DONNE E PERSONE GESTANTI

In seguito alla somministrazione della seconda pillola non sempre il periodo di osservazione viene svolto in locali adeguati lasciando le donne e persone gestanti in sala d’aspetto insieme a partorienti.

  • NON VENGONO FORNITE SUFFICIENTI INFORMAZIONI PER GESTIRE L’ESPULSIONE 

Le donne e persone gestanti vengono spesso lasciate in sala d’aspetto prive di informazioni su come dovrebbe avvenire l’espulsione del materiale organico e su come accorgersi se è in corso un’emorragia. La situazione può diventare maggiormente critica se dopo qualche ora di osservazione l’utente viene dimessә senza aver completato l’espulsione, dovendo gestire questo momento in solitudine a casa e senza riferimenti.

PER TUTTE QUESTE RAGIONI CHIEDIAMO:

  • Una riduzione degli accessi per affettuare l’aborto farmacologico e in particolare la possibilità di effettuare un unico accesso con assunzione della seconda pillola a casa con necessaria e continuativa assistenza in telemedicina da personale formato. La persona gestante deve poter tuttavia avere la facoltà di scegliere, se lo preferisce, di essere inserita in regime di day hospital con la garanzia di strutture adeguate e rispettose della propria dignità.
  • Un ampliamento del numero delle strutture dove poter accedere all’ IVG con un reale passaggio delle competenze a tutti i consultori per assicurare un accesso capillare su tutto il territorio.
  • Di uniformare i protocolli IVG delle varie strutture sanitarie sul territorio toscano con accesso garantito per il farmacologico fino alle 9 settimane di gestazione e abolizione della settimana di ripensamento. 
  • Di assicurare una formazione specifica del personale medico sul trattamento e somministrazione della RU486 in modo da assicurare l’attraversamento dell’aborto da parte della donna/persona gestante nel modo più rassicurante e  trasparente possibile. 
  • Di allontanare dalle carriere mediche ginecologiche e dai reparti di ginecologia gli obiettori di coscienza: non vogliamo più affidare i nostri corpi a persone che negano il diritto di scegliere sulle nostre vite! 
  • Una ricollocazione dei 195.000 euro inizialmente affidati dalla Regione Toscana alle associazione antiabortiste per potenziare i consultori per aumentarne il numero e dislocazione geografica, farli tornare ad accesso diretto e con orari di apertura per visite più ampi accorciando le liste di attesa che sono ormai di settimane o mesi. 
  • Che la contraccezione venga riconosciuta come gratuita a livello universale. È necessario che la distribuzione dei contraccettivi gratuiti previsti dalla Delibera 1251 del 2018 della Regione Toscana in materia di contraccezione e salute sessuale sia universale e quindi non circoscritta a determinate fasce di età e di reddito. Vogliamo ampliare l’offerta della campagna di contraccezione gratuita, al momento talmente ridicola che neanche i consultori stessi se la sentono di pubblicizzare.
  • Vogliamo che l’accesso ai servizi sociosanitari e il diritto alla salute e al welfare, anche sessuale e riproduttiva sia di carattere universalistico e incondizionato; vogliamo che questi servizi siano rispettosi dell’autodeterminazione delle differenti soggettività: includendo quindi, oltre le migranti, anche per le trans, non-eterosessuali (LGBTQIA+), disabili, donne in strutture limitative della libertà personale (incluso l’accesso alle cure ormonali alle persone transessuali) e sex workers. 

VOGLIAMO UNA SALUTE TRANSFEMMINISTA e INCLUSIVA RISPETTOSA DELL’AUTODETERMINAZIONE DEI NOSTRI CORPI.

VOGLIAMO RISIGNIFICARE I CONSULTORI COME SPAZI POLITICI, CULTURALI E SOCIALI OLTRE CHE COME SERVIZI SOCIO-SANITARI,

VOGLIAMO CHE DIVENTINO LUOGHI DI SCAMBIO FRA DONNE E SOGGETTIVITÀ NON BINARIE DOVE POTER DISCUTERE LIBERAMENTE DELLE SCELTE CHE ATTRAVERSANO I NOSTRI CORPI, DI CONSENSO E DI PIACERE 

VOGLIAMO ESSERE LIBER3 DALLA SOVRADETERMINAZIONE AGITA DALLE ISTITUZIONI E DAL POTERE MEDICO

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RITO DI SORELLANZA

Ieri ci siamo ritrovate per ricordare le donne vittime di femminicidio in Italia nel 2021: per ognuna di loro abbiamo appeso un panuelo rosa e un lucchetto alla fontana in piazza Non Una di Meno (Santissima Annunziata). Continueremo il Nostro rito di sorellanza tutti gli 8 di ogni mese!

Siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle Donne che più non hanno voce

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25 NOVEMBRE: GIORNTA ITERNAZIONELE CONTRO LA VIOLENZA MASCHILE E DI GENERE CONTRO LE DONNE!

In questa giornata abbiamo deciso di riunirci tutte insieme, in una sorta di rito, quasi come le streghe, attraverso la preparazione di una minestra- pozione che ci è servita non solo per parlare di donne in ottica vittimistica, ma anche in termini di liberazione e di sorellanza.

Zucca, carote, zucchine, olio, zenzero, aglio e cipolla: questa è la ricetta della pozione delle sorelle, che nella giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne e di genere mischiano gli ingredienti della liberazione e della rivoluzione

Come con le cipolle, abbiamo spesso pianto per le ingiustizie, per le ferite e le discriminazioni. Siamo nate con un futuro già scritto, costrette a giocare con le bambole, ad imparare ad essere docili e remissive, a non disturbare mai. Abbiamo dovuto sopportare quel commento per strada, la mano che cade toccandoci il culo, il professore molesto, il medico intrusivo, il capo che naturalmente si aspetta di pagarci meno e perchè no, che qualche prestazione extra lavorativa gli sia dovuta. E dopo queste lacrime abbiamo smesso di piangerle da sole, e abbiamo iniziato a piangerle insieme. A parlare, a scoprire che non era solo nel nostro piccolo che il mondo ci tormentava, ma le nostre piccole e grandi disgrazie erano in realtà un male comune, un regime di genere fatto di dominazione e segregazione. E allora le cipolle che ci facevano piangere abbiamo iniziato a tirarle, a tagliarle tutte insieme per farne cibo per il nostro corpo, zuppe per le nostre menti.

Carote e bastoni: fin troppo spesso abbiamo creduto che fosse normale vivere relazioni in cui veniva somministrato a volte il bastone, a volte la carota. La violenza maschile contro le donne e di genere è strutturale, e riguarda tutti gli ambiti delle nostre vite. Sul lavoro, a scuola, nei gruppi di elezione, in famiglia, in coppia. Nelle relazioni intime può succedere a tutte. Perchè viviamo in una società fondata sullo stupro e sull’abuso, e perchè l’abuso è normalizzato nelle nostre vite quasi che debba inevitabilmente andare così. La violenza è una spirale. Può iniziare con una parola aggressiva, con un ricatto emotivo, con un controllo crescente (sul nostro telefono, le nostre amicizie, le nostre uscite, le nostre vite). Poi cresce e si espande, riguarda la libertà di disporre delle nostre reti di affetti, delle risorse economiche, della casa. Esplode in tante forme, da quella psicologica a quella fisica, può essere sottile e capillare. Molto spesso è un ciclo: arrivano le scuse, i pentimenti. E poi la luna di miele, dove tutto torna meraviglioso, dove ci sembra di poter dimenticare la violenza subita. Che invece torna ancora, perché è una spirale. Non esiste un modo semplice né unico per uscirne. Si possono trovare però delle strade insieme: provando a parlarne con le amiche, con le sorelle, con le compagne. Rivolgendosi ai centri antiviolenza o alle assemblee femministe. La liberazione dalla violenza è un processo lungo e faticoso, ci richiede di trasformare profondamente la nostra vita. E ognuna lo fa a modo suo. Di sicuro, insieme possiamo prendere e spaccare il bastone, e la carota possiamo tagliarla con amore, e gettarla nella pozione magica della sorellanza.

Troppe Zucche abbiamo svuotato, per mettere dentro i lumini con cui ricordato le donne, lesbiche e le persone trans uccise. Dal proprio compagno, da un parente, da un amico. I femminicidi sono ancora oggi decine e centinaia. Non sono frutto di un raptus o della follia di una sera, ma sono l’esito di una questione strutturale che organizza le relazioni fra uomini e donne. A volte, le donne sono così consapevoli del destino che le aspetta, da pagarsi da sole e in anticipo il loro funerale. Non possiamo sopportare oltre di perdere l’ennesima donna, l’ennesima sorella. Da anni gridiamo: non una di meno! A partire dall’8 marzo 2021, abbiamo dato vita a un rituale, con cui ogni 8 del mese ci riuniamo per ricordare le donne uccise. Abbiamo rinominato questa piazza Piazza Non una di meno, e alla fontana abbiamo legato un lucchetto e un panuelo per ognuna che non c’è più. Avevamo bisogno di dire i loro nomi, di non permettere che fossero dimenticate, e di lasciare un monito e un ricordo per chiunque passasse da questa piazza: sono in tante di noi a mancare. La violenza uccide ancora decine, centinaia di donne. Non ci bastano più neanche i lucchetti, i panuelos, le lacrime e i lumini. Per questo oggi non vogliamo più zucche di ricordo, ma zucche da tirare contro un sistema che sostiene, nasconde e riproduce la violenza.

Il motivo per cui molto spesso è difficile uscire dalla violenza è il silenzio che la circonda. Tutti tengono la bocca chiusa, come quando si mangia l’aglio, e dopo per quieto vivere nessuno parla. E’ sgradevole, infastidisce le altre persone, rovina l’umore (e i gruppi di amici, i gruppi di compagni, i festival) non si fa. Per fare un violento ci vuole un villaggio. La complicità e l’omertà sono due dei dispositivi più diffusi e brutali che costringono le donne alla solitudine e al silenzio. E’ difficile raccontare quello che sta capitando perché non sarai creduta, perchè ti verrà detto che è una cosa da niente, che fai tanto rumore per nulla, che il problema sei tu, che tutto sommato, te la sei andata a cercare. A volte sei troppo libera nelle scelte sessuali, altre hai la colpa di consumare alcool o droghe, altre ancora basta il fatto di essere una donna, e quindi sempre e in ogni caso colpevole. In queste reazioni si moltiplica la colpevolizzazione di chi vive la violenza, e scompaiono i nomi di chi la agisce. Gli uomini abusanti, i maltrattanti, non hanno nome e volto, ma sono sempre le donne sotto il fascio di luce delle accuse. Noi vogliamo spezzare il cerchio dell’omertà e della complicità. Vogliamo che ogni silenzio diventi parola, che il disagio conseguente alla denuncia di una violenza diventi un luogo che le persone – uomini e donne – imparino a vivere. Da quel disagio che consegue alla rottura degli equilibri consolidati, fondati sulla violenza, possono nascere relazioni e contesti molto più vivibili per tutte e per tutti. Non chiudiamo più la bocca, come se avessimo mangiato l’aglio. Impariamo a non stare più zitte, ad essere fastidiose, guastafeste, arrabbiate, insopportabili. Questa sera con tutto l’aglio che non abbiamo voluto ingoiare, ci facciamo una zuppa e non teniamo la bocca chiusa.

In questa vita in cui siamo educate al silenzio, alle lacrime e alla violenza, a volte sembra quasi sparire lo spazio per il piacere. La sessualità non ci riguarda, non ci riguarda il godimento. Le zucchine sono solo zucchine, il corpo è fatto per procreare. Eppure, questo corpo che ci è stato spesso sottratto (per fare figli per la nazione, per compiacere un partner o un marito, per esercitare il lavoro di cura verso chiunque ci circondi) è un corpo che desidera, esplode di vita, pretende di godere. Vogliamo finalmente poter vivere vite fatte di piacere, scoprire insieme le strade della sessualità che ci attraggono, che ci incuriosiscono. Vogliamo poter sperimentare da sole, in due, in tante/i. Vogliamo farlo con e senza oggetti, con e senza amore, con e senza relazioni. Così, le zucchine non saranno più solo zucchine, e i nostri corpi diventeranno luoghi da esplorare e far vibrare. La nostra zuppa ci accende anche i sensi, fa venire la pelle d’oca, ci fa sospirare.

Così sulle cipolle, le carote, la zucca, l’aglio e le zucchine irroriamo l’Olio. Olio che lega insieme le nostre vite, che cura le ferite, che lenisce il dolore. Olio che scorre e trasforma, che nasce dal calore del sole, che nutre la nostra pelle, il nostro sangue, il nostro cuore. Non vogliamo più camminare sulle spine ma vogliamo imparare a danzare sull’olio. La nostra è una pratica femminista di memoria, di cura, di rabbia, di lotta e di piacere, nella quale inventare altri mondi oltre l’abuso e la violenza.

 

 

 

 

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