El Violador En Tu Camino

Domenica 8 Marzo vi aspettiamo alle 10,45 ai Gigli in Corte Tonda per replicare tutt’* insieme il Flash Mob delle sorelle cilene contro la violenza istituzionale e di genere.
🔥V aspettiamo numeros*

“EL VIOLADOR ERES TU, Y EL ESTADO OPRESOR ES UN MACHO VIOLADOR” 🔥❤🌎

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💅💅 Per prepararci a domenica 💅💅

Ecco il testo:

Il patriarcato è un magistrato
e il nostro corpo è l’imputato
Dice che sono il problema
Giustificando il suo sistema

Il patriarcato punta il dito
E ci giudica impunito
E Il nostro castigo
E’ la violenza che ora vivo
Femminicidio
Impunità per l’assassino
E’ l’abuso
E’ lo stupro

E la colpa non è la mia
Nè dentro casa
Nè per la via (X2)

Y la culpa no era mia
Ni donde estaba
Ni como vestia (X2)

L’assassino sei tu
Lo stupratore sei tu
Le guardie
I giudici
Lo stato
La chiesa

E lo stato oppressore
E’ un macho stupratore (X4)

L’assassino sei tu
Lo stupratore sei tu (X2)

Siamo il grido
Altissimo e feroce
Di tutte quelle donne
Che più non hanno voce (X2)

El violador eres tu.

———————————-🔜

✊Vi aspettiamo in tantissimi*

#unvioladorentucamino✊ #nosotrasaudiovisuales ✊
#Lastesis #feminista8M✊
#8&9marzoscioperotranfemminista

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Sabato femminista – Verso LOTTO Marzo

In vista dell’8 marzo, delle iniziative e della mobilitazione che vedrà le piazze di molte città in fermento, discuteremo insieme di teorie, esperienze e approcci al femminismo, ripercorrendo i temi che ne hanno caratterizzato e che tuttora ne caratterizzano la mobilitazione: classe, razza, sessualità e diritti.

Alle 18.30 presentazione in anteprima a Firenze di “Introduzione ai Femminismi” (per @deriveapprodi ) in compagnia dell’autrice e compagna Anna Curcio

Alle 20.30 cena benefit Nudm Fi per sostenere lo sciopero e corteo LOTTO e il Nove marzo

Alle 22.00 Cabaret astrologico con @Astronza

Dalle 23.30 dj set transfemminista

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Assemblea settimanale NUDM

Le date dell’8 e 9 Marzo si avvicinano🔥
Gli eventi e le mobilitazioni in programma sono tantissimi, ci ritroviamo per unire le forze e le idee, per progettarle e organizzarle, .parleremo di noi e delle pratiche che pensiamo insieme perché
si possono cambiare le cose!!.🔥

Mercoledì 26 Febbraio alle 19 ci incontriamo in Via Fiesolana 2/B per la nostra assemblea settimanale.🔥🔥🔥

⌚ Ore 19.00 arrivo
⌚ Ore 19,15 inizio assemblea

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Un violador en tu camino

Siamo solidali con le donne cilene e con tutte le donne che uniscono il loro grido di lotta contro la violenza maschile e di genere 🔥🔥🔥 🌍

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Verso lo sciopero transfemminista dell’8 e 9 marzo 2020

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Lotto e ballo – 21 febbraio 2020

🔥L’Otto e Ballo🔥 Aperitivo e dj set continuano gli appuntamenti di autofinanziamento e avvicinamento alle due giornate di mobilitazione e sciopero dell’8 e 9 marzo. Il 21 febbraio dalle 19.00 saremo ad Azione gay e lesbica con apericena, musica, , il banchetto con materiali di autofinanziamento ( borse, spille, panuelos) e tanta energia femminista e transfemminista!
LO SCIOPERO È LA NOSTRA RIVOLTA! Vi aspettiamo!

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Verso lo sciopero transfemminista dell’8 e del 9 marzo 2020

Il programma è in aggiornamento

Gli incontri, gli eventi dei prossimi giorni, seguite tutte le novità, a breve aggiorneremo appuntamenti dell’8 e del 9 marzo con le piazze, i laboratori, le assemblee.
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Mercoledì 12 febbraio vi aspettiamo all’assemblea cittadina presso la Biblioteca Femminista in via Fiesolana 2B alle ore 19.00
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Mercoledì 12 Febbraio: Assemblea pubblica verso lo sciopero femminista. @ Biblioteca femminista, via Fiesolana 2b. Ore 19:00
https://www.facebook.com/events/260132578288825/

Venerdì 14 Febbraio: “Contro l’idealizzazione dell’amore romantico”. Incontro con Slavina. @ Biblioteca Brunelleschi. Ore 17:00

Venerdì 21 Febbraio: Convegno “Sciopero femminista, riflessioni, pratiche e lotte collettive”. @ Palazzo Strozzi, Scuola Normale Superiore. Dalle ore 09:30 alle ore 18:00

Venerdì 21 Febbraio: “Lotto e ballo”. Aperitivo di autofinanziamento e a seguire dj set. @ Azione gay e lesbica, via pisana 32. Ore 19:30
https://www.facebook.com/681905212003378/posts/1248354428691784/

Sabato 29 Febbraio: Presentazione del libro di Anna Curcio: “Introduzione ai femminismi”. @ CPA. Ore 18:30

– Giovedì 5 Marzo: “Donne e lavoro”
Aperitivo, presentazione casi + dibattito e proiezione del film “7 minuti” @Cub ore 19.00

Venerdì 6 Marzo: Presentazione del libro “Siamo marea. Come orientarsi nella rivoluzione femminista”. @ Giardino dei ciliegi. Ore 17:30

-Sabato 7 Marzo: Assemblea del Galileo incontro con Nudm Firenze.
Via del Leone ore 18.00

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Otto tesi sulla rivoluzione femminista, di Verónica Gago

«Tiemblan los Chicago Boys. Aguanta el movimiento feminista» (Graffiti all’Università Cattolica del Cile, 2018)

In che senso il movimento femminista contemporaneo – nella molteplicità delle lotte a cui partecipa e che sta conducendo oggi – esprime una dinamica anti-neoliberista dal basso? In che modo avvia nuove forme politiche iscritte in genealogie di temporalità discontinue? Voglio proporre otto tesi che dimostrano la sua novità.

Lo strumento dello sciopero femminista mappa nuove forme di sfruttamento di corpi e territori da una prospettiva che è contemporaneamente quella della visibilità e dell’insubordinazione. Lo sciopero rivela la composizione eterogenea del lavoro su un registro femminista, riconoscendo forme di lavoro che sono state storicamente ignorate, mostrando la loro attuale sovrapposizione con la precarizzazione generalizzata e appropriandosi di uno strumento tradizionale di lotta per superarlo e reinventarlo.
Lo sciopero internazionale ha aperto una prospettiva femminista sul lavoro. Poiché la prospettiva femminista riconosce il lavoro territoriale, domestico, riproduttivo e migrante, amplia il concetto stesso di classe operaia, dal basso. Perché parte dal riconoscimento che il 40% dei lavoratori nel nostro paese è coinvolto in diverse configurazioni della cosiddetta economia informale, rivendicata come economia popolare. Poiché rende visibile e mette a valore quello che è stato storicamente ignorato e svalutato, è così che noi affermiamo che #AllWomenAreWorkers.

C’è un elemento ancora più radicale: lo sciopero femminista ci pone in uno stato di indagine pratica. Come possiamo definire le esperienze di vita e di lavoro di donne, lesbiche, persone trans e travestiti? Srotolando il filo della questione su che cosa significhi scioperare, noi mappiamo, in modo pragmatico, la molteplicità di compiti e giorni lavorativi intesivi e prolungati non retribuiti, mal pagati o remunerati secondo una rigida gerarchia. Alcuni di questi compiti non avevano neppure dei nomi, altri erano chiamati in modi umilianti.

Poster ‘Don’t be too polite girls, printed by Earthworks Poster Collective, Sydney, New South Wales, Australia, 1972-1979, particolare.

Lo sciopero femminista è rafforzato dalla sua impossibilità: le donne che non possono scioperare ma vorrebbero farlo; quelle che non riescono a smettere di lavorare nemmeno per un giorno e si ribellano allo sfruttamento; quelle che ritenevano impossibile scioperare senza l’autorizzazione dei vertici sindacali e che tuttavia rivendicano lo sciopero; quelle che sono state in grado di immaginare uno sciopero contro l’agrobusiness e la finanza. Tutte queste donne, e ognuna di noi, hanno spinto i confini dello sciopero. Alla congiunzione dell’impossibilità e del desiderio, un’immaginazione radicale emerge dalla molteplicità delle forme dello sciopero femminista, muovendosi in luoghi imprevisti, spostando l’impossibilità e il desiderio nella sua capacità di includere esperienze vitali e l’essere è reinventato da corpi che sono disobbedienti al lavoro e a quello che viene riconosciuto come tale.

Con lo sciopero, abbiamo reso visibile il differenziale di sfruttamento che caratterizza il lavoro femminilizzato, in altre parole, la subordinazione specifica implicita nel lavoro comunitario, di vicinato, migrante e riproduttivo, e abbiamo mostrato come la sua subordinazione è correlata a tutte le forme di lavoro nel quotidiano. Abbiamo dimostrato che esiste un luogo concreto dove inizia questo differenziale: la riproduzione della vita, a partire dalla sua organizzazione meticolosa e costante sfruttata dal capitale come un obbligo, gratuito o mal pagato. Ma siamo andate anche oltre: partendo dalla riproduzione – storicamente negata, subordinata e inscritta nei processi di domesticazione e colonizzazione – abbiamo costruito categorie per ripensare il lavoro stipendiato e retribuito, sindacalizzato o no, attraversato da livelli sempre crescenti di precarizzazione.

Collegando tutti i modi di produzione del valore (oltre che di sfruttamento ed estrazione), abbiamo mappato il nesso concreto tra violenza patriarcale, coloniale e capitalista. Ciò dimostra, ancora una volta, che il movimento femminista non è al di fuori della questione di classe, anche se spesso viene presentato come tale. Né può essere separato dalla questione della razza. Non è possibile “isolare” il femminismo da queste concatenazioni, che includono e situano la lotta contro nuove forme di sfruttamento, estrazione, oppressione e dominio. Il femminismo, come movimento, mostra il carattere storico della classe nonché l’esclusione sistematica di tutti coloro che non sono considerati lavoratori bianchi dipendenti e retribuiti. Pertanto non può esistere una classe che non comprenda la razzializzazione. In questo modo, diventa chiaro fino a che punto le forme narrative e organizzative sono modalità di subordinazione sistematica del lavoro femminilizzato e migrante e, come tali, i cardini della divisione sessuale e razziale del lavoro.

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María María Acha-Kutscher, PAÑUELAZO, movilización desde la Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito. Buenos Aires, Argentina, 2018. Dibujo digital creado a partir de una fotografía de M.A.F.I.A. (Movimiento Argentino de Fotógrafxs Independientes Autoconvocadxs). Courtesy ADN Galería, Barcellona.

Con lo sciopero, abbiamo prodotto una nuova comprensione della violenza: siamo sfuggite al confinamento nella sfera limitata della violenza domestica collegandola alla violenza economica, lavorativa, istituzionale, di polizia, razzista e coloniale. In questo modo, diventa chiara la relazione organica tra violenza di genere e femminicidio e l’attuale forma di accumulazione del capitale. La natura anti-capitalista, anti-coloniale e anti-patriarcale del movimento femminista deriva dallo stabilire e diffondere questa analisi concreta.
Lo sciopero produce simultaneamente un punto di vista che va dalla resistenza all’espropriazione, all’insubordinazione al lavoro e alla disobbedienza finanziaria.

Questo ci consente di analizzare il rapporto tra conflitti territoriali contro iniziative neo-estrattive e violenza sessuale; il nesso tra molestie e relazioni di potere sul luogo di lavoro; nonché il modo in cui lo sfruttamento del lavoro migrante e femminilizzato si combina con l’estrazione di valore attraverso la finanza; la depredazione di infrastrutture pubbliche nei quartieri e la speculazione immobiliare (formale e informale); lo stato clandestino dell’aborto e la criminalizzazione delle comunità Indigene e Nere. Tutte queste forme di violenza sono il bottino di guerra per i corpi delle donne e i corpi femminilizzati.

Questo legame tra la violenza della dispossessione e la violenza sessuale e machista non è solo analitico: viene praticato come un’elaborazione collettiva per comprendere le relazioni di subordinazione e sfruttamento in cui i femminicidi sono resi intelligibili, nonché per definire una strategia di organizzazione e autodifesa. In questo senso, il movimento femminista pratica la pedagogia popolare attraverso un’interpretazione che collega la violenza e l’oppressione e lo fa da una posizione di disprezzo per entrambi. Su questo punto, sfuggire dalla narrativa totalizzante della vittimizzazione, è ciò che consente all’interpretazione della violenza di evitare di essere tradotta in un linguaggio di pacificazione o solo in lutto e lamento. Rifiuta anche le risposte istituzionali che rafforzano l’isolamento di questi problemi e che cercano di risolverli attraverso una nuova agency o un programma governativo. Gli strumenti istituzionali possono essere importanti purché non facciano parte di un organismo che codifichi la vittimizzazione e racchiuda la violenza come esclusivamente domestica. L’interpretazione dell’intersezionalità della violenza, resa possibile dallo sciopero, ha creato un nuovo sito di enunciazione, apertura, costruzione ed espansione degli orizzonti organizzativi del movimento. La vasta mappa che questo ci ha permesso di tracciare allarga il nostro punto di vista e va alle radici dei legami profondi tra patriarcato, capitalismo e colonialismo, trasformandolo nella costruzione di un’intelligenza condivisa.

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María María Acha-Kutscher, 365 days. Womankind, 2012. Courtesy ADN Galería, Barcellona.

L’attuale movimento femminista è caratterizzato da due dinamiche uniche: la combinazione di potenza e radicalità. Ci riesce perché costruisce la prossimità tra lotte molto diverse. In questo modo, inventa e coltiva una modalità di trasversalità politica.
Il femminismo esplicita una cosa che non era così ovvia: che non manca a nessuno il territorio, confutando così l’illusione metafisica del soggetto isolato. Siamo tutti situati e, anche in questo senso, il corpo può iniziare ad essere percepito come un corpo-territorio. Il femminismo cessa di essere una pratica esterna correlata agli “altri”, ed è piuttosto assunto come un principio interpretativo per comprendere i conflitti in ciascun territorio (domestico, affettivo, lavorativo, migrante, artistico, campesino, urbano, del mercato, dei territori della comunità, e così via). Ciò consente a un femminismo intergenerazionale di massa di manifestarsi, perché risulta appropriato per spazi ed esperienze estremamente diversi.

Come viene prodotta questa composizione, che possiamo qualificare come trasversale? A partire dai legami tra le lotte. Ma la rete costruita tra varie lotte non è né spontanea né naturale. Piuttosto, per quanto riguarda il femminismo, è stato vero il contrario per molto tempo: il femminismo era compreso nella sua variante istituzionale e/o accademica, ma storicamente dissociato dai processi di confluenza popolare. Ci sono linee genealogiche fondamentali che hanno reso possibile l’attuale espansione. Possiamo rintracciarne quattro in Argentina: la storia delle lotte per i diritti umani dagli anni ‘70, guidata dalle Madri e dalle Nonne di Plaza de Mayo; gli oltre tre decenni del National Women’s Gathering (ora il Plurinational Gathering of Women, Lesbians, Trans Persons, and Travestis); l’emersione del movimento piquetero, che ha anche avuto un protagonismo femminilizzato quando si è confrontato con la crisi sociale all’inizio del XX secolo; e una lunga storia di movimenti di dissenso sessuale, che vanno dall’eredità del Fronte di liberazione omosessuale (Frente de Liberación Homosexual) negli anni ’70, all’attivismo per l’accesso indipendente all’aborto, all’attivismo lesbico, trans, travestito, intersex e transgender, esperienze che hanno rivoluzionato i corpi e le soggettività del femminismo contro i limiti del dato biologico.

Desobedencia Visual

La trasversalità raggiunta attraverso l’organizzazione dello sciopero aggiorna queste linee storiche e le proietta in un femminismo delle masse, radicato nelle lotte concrete di lavoratrici dell’economia popolare, donne migranti, cooperative, donne che difendono i loro territori, quelle precarie, le nuove generazioni di dissidenti sessuali, le casalinghe che rifiutano le recinzioni, quelle che combattono per il diritto all’aborto e che sono impegnate in un’ampia battaglia per l’autonomia e l’autodeterminazione dei propri corpi, gli studenti mobilitati, le donne che denunciano le agrotossine e le prostitute. Lo sciopero femminista crea un orizzonte comune in termini organizzativi e quell’orizzonte funziona da catalizzatore pratico.

È potente come, dall’integrazione di questa molteplicità di conflitti, la dimensione di massa viene ridefinita sulla base di pratiche e lotte che sono state storicamente definite come “minoritarie”. L’opposizione tra la minoranza e la maggioranza viene così spostata: il minoritario prende la scala delle masse come vettore di radicalizzazione all’interno di una composizione in costante espansione. Ciò mette in discussione il meccanismo neoliberista del riconoscimento delle minoranze e la pacificazione della differenza.

Questa trasversalità politica è alimentata dai diversi territori in conflitto e crea un effetto comune sui problemi che tendono ad essere vissuti individualmente, così come una comprensione politica delle diverse forme di violenza che tendono ad essere racchiuse nello spazio domestico. Ciò complica una certa idea di solidarietà che suppone un livello di esteriorità che stabilisca la distanza del rispetto riguardo agli altri. La trasversalità favorisce una politica di costruzione di prossimità e alleanze senza ignorare le differenze di intensità tra i conflitti.

María María Acha Kutscher 8 de Marzo. Argentina copia

María María Acha-Kutscher, SEGUNDO PARO INTERNACIONAL DE MUJERES, 8 de marzo de 2018, Buenos Aires. Dibujo digital creado a partir de una fotografía de Vale Dranovsky/Proyecto Poderosas. Courtesy ADN Galería, Barcellona.

Il movimento femminista dispiega una nuova critica dell’economia politica. Comprende una denuncia radicale delle condizioni contemporanee di valorizzazione del capitale e, pertanto, aggiorna il concetto di sfruttamento. Lo fa espandendo quella che è generalmente considerata l’economia.
In Argentina, in particolare, c’è un intreccio che consente una nuova critica dell’economia politica. Ciò è dovuto all’incontro pratico tra l’economia popolare e quella femminista. Le economie popolari come reti riproduttive e produttive esprimono un accumulo di lotte che hanno aperto l’immaginazione dello sciopero femminista. Questo è il motivo per cui in Argentina lo sciopero femminista riesce a dispiegare, problematizzare e valorizzare una molteplicità di compiti sulla base di una cartografia del lavoro che segue un registro femminista, nella misura in cui è collegato a una genealogia piquetero che ha problematizzato il lavoro dipendente, retribuito, e le forme di “inclusione”. Sono queste esperienze che sono all’origine delle economie popolari e che persistono come elemento insorgente convocato ancora una volta dai femminismi popolari.

Le dinamiche organizzative degli scioperi femministi innescano due processi nelle economie popolari. Da un lato, la politicizzazione delle sfere riproduttive oltre il domestico funziona come uno spazio concreto per lo sviluppo dell’espansione del lavoro che è valutata dallo sciopero. D’altra parte, una prospettiva femminista su tali compiti consente di evidenziare i mandati patriarcali e coloniali che li naturalizzano e, quindi, consente di dispiegare da essi logiche di sfruttamento ed estrazione.

Lo sciopero femminista, avviando una lettura basata sulla resistenza all’iscrizione dentro i compiti riproduttivi in termini familiari, sfida il permanente accrescimento morale imposto dai sussidi sociali e produce un’intersezione tra l’economia femminista e l’economia popolare che radicalizza entrambe le esperienze.

Attraverso lo sciopero, il movimento femminista produce figure di soggettivazione (traiettorie, forme di cooperazione, modi di vita) che sfuggono alla binarietà neoliberista che si oppone alle vittime degli imprenditori del sé (anche nello pseudo linguaggio di genere che parla di “empowerment” imprenditoriale). I femminismi sono diventati anti-neoliberali assumendosi la responsabilità dell’organizzazione collettiva contro la sofferenza individuale e denunciando politiche sistematiche di dispossessione.

L’attuale movimento femminista propone una precisa caratterizzazione del neoliberismo e, quindi, apre l’orizzonte di ciò che chiamiamo politica anti-neoliberista. A causa del tipo di conflitti che mappa, rende visibili e mobilita, diffonde una nozione complessa di neoliberismo che non si riduce alla binarietà dello stato contro il mercato. Al contrario, le lotte femministe indicano il legame tra la logica estrattiva del capitale e la sua embricatura con le politiche statali, determinando come il valore venga sfruttato ed estratto da determinati corpi-territori. La prospettiva dell’economia femminista che ne emerge è quindi anticapitalista.

María María Acha-Kutscher, della serie Indignadas (Spain). Courtesy ADN Galería, Barcellona.

Il movimento femminista occupa le strade e costruisce in assemblee, tesse potere nei territori ed elabora interpretazioni della congiuntura: produce un contropotere che articola una dinamica di raggiungimento dei diritti con un orizzonte radicale. Quindi, smantella il binario tra riforma o rivoluzione.
Con lo sciopero, il movimento femminista costruisce una forza comune contro la precarizzazione, l’austerità, i licenziamenti e la violenza che questi comportano. Sopra, abbiamo sottolineato l’elemento anti-neoliberista dello sciopero (mettendo in discussione la razionalità del mercato come ordine del mondo), affermando la sua natura di classe (vale a dire che non naturalizza o minimizza la questione dello sfruttamento) e il carattere anti-coloniale e anti-patriarcale (perché denuncia e si oppone allo sfruttamento specifico del capitalismo contro le donne e i corpi femminilizzati e razzializzati). Questa dinamica è essenziale: produce un’intersezione funzionale tra razza, classe e genere e crea un’altra razionalità per l’analisi della congiuntura. Ciò significa che i dibattiti parlamentari (affermando che non esiste diritto o forza di legge che non siano prima formulati nella protesta sociale) e la radicalizzazione dell’organizzazione popolare dei femminismi resistono alla riduzione a una “quota” o un “settore”.

Questa dinamica del movimento femminista è duplice: costruisce la propria istituzionalità (reti autonome) e, allo stesso tempo, intercetta l’istituzionalità esistente. A sua volta crea una temporalità strategica che agisce simultaneamente nel presente con ciò che esiste e con ciò che esiste anche nel presente ma come virtualità, come possibilità ancora aperta, non ancora realizzata. Il movimento femminista non esaurisce le sue rivendicazioni o le sue lotte all’interno dell’orizzonte dello Stato, anche se non ignora quel campo d’azione, decisamente non crede che lo Stato sia il luogo in cui la violenza possa essere risolta. È una dimensione utopica, che tuttavia ha un’efficacia nel presente e non nel posticipo di un obiettivo finale, futuro e distante. Di conseguenza, la dimensione utopica riesce anche a operare in mezzo alle contraddizioni esistenti senza attendere l’apparizione di soggetti pienamente liberati o condizioni ideali per le lotte, né senza fidarsi di un unico spazio che assecondi la trasformazione sociale. In questo senso, il movimento femminista fa appello al potere, alla potenza, alla rottura contenuta in ogni azione, e non limita la rottura a uno spettacolare momento finale di accumulazione strettamente evolutiva.

Questo, ancora una volta, è collegato al potere, alla potenza, alla trasversalità, che cresce a causa del modo in cui l’attivismo femminista si è convertito in una forza disponibile che viene messa in gioco in diversi spazi di lotta e di vita. In questo modo, si contrappone alla “settorizzazione” della cosiddetta agenda di genere e contro l’infantilizzazione delle sue pratiche politiche. In altre parole, la trasversalità non è solo una forma di coordinamento, ma anche la capacità di trasformare il femminismo nella propria forza in ogni luogo, senza limitarlo a una logica di richieste specifiche. Non è facile da mantenere in quanto comporta un lavoro quotidiano di tessitura, di conversazione, di traduzione e di espansione delle discussioni, delle prove e degli errori. Ma ciò che è più potente oggi è che questa trasversalità è sentita come un bisogno e un desiderio di aprire a una temporalità della rivoluzione qui e ora.

María María Acha-Kutscher, Manifestación llamada TETAZO contra la prohibición de hacer topless. Un reclamo “sobre el derecho a decidir sobre nuestro cuerpo”. Buenos Aires, Febrero 2017. La mujer además, porta el pañuelo verde que identifica la campaña por la legalización del aborto, que se ha convertido en el símbolo de las marchas feministas en Argentina. Courtesy ADN Galería, Barcellona.

Il femminismo contemporaneo tesse un nuovo internazionalismo. Non è una struttura che rende le lotte astratte e omogenee per portarle su un piano “superiore”. Al contrario, è percepito come una forza concreta in ogni luogo. Conduce una dinamica transnazionale basata su traiettorie e corpi situati. Il movimento femminista si esprime quindi come una forza coordinata di destabilizzazione globale la cui potenza, in particolare, è radicata ed emerge dal sud.
Il femminismo contemporaneo è un internazionalismo basato su territori in lotta. Questo è ciò che rende la sua costruzione più complessa e polifonica: include sempre più territori e lingue. Non dipende dal quadro dello stato-nazione e pertanto eccede già oltre il concetto di “internazionalismo”. Piuttosto che internazionale, è transnazionale e plurinazionale. Perché riconosce altre aree geografiche e traccia altre mappe di alleanze, incontro e convergenza. Perché include una critica radicale alle recinzioni nazionali che cercano di limitare le nostre lotte, è collegato sulla base di traiettorie migranti e si avvicina a paesaggi che ricombinano elementi urbani, suburbani, campesino, indigeni, di quartieri e comunità, quindi molteplici temporalità vi sono ripiegate.

Il transnazionalismo femminista implica una critica agli avanzamenti neocoloniali nei territori del corpo. Denuncia le differenti forme di estrattivismo e dimostra il loro legame con l’aumento della violenza di genere e le forme di sfruttamento del lavoro che prendono la maquila come scena emblematica in questo continente.

Lo sciopero femminista costruisce una rete transnazionale inarrestabile perché mappa, contro il buonsenso, il mercato mondiale che organizza l’accumulazione di capitale. Tuttavia, questi collegamenti transnazionali non sono organizzati secondo un calendario di riunioni di grandi agenzie al servizio del capitale. Basato sullo sciopero femminista, il movimento prende la forma del coordinamento da un lato e di un comitato dall’altro, per affrontare le lotte nel qui e ora, con iniziative che infrangono le frontiere e attraversano i confini. È un transnazionalismo che ha spinto il motto globale dello sciopero e ha forgiato un nuovo tipo di coordinamento: “Se ci fermiamo, fermiamo il mondo”.

María María Acha-Kutscher, Marcha del movimiento ciudadano contra la violencia machista NI UNA MENOS. Argentina 2016. Dibujo digital creado a partir de una imagen de fuente desconocida (Internet). Courtesy ADN Galería, Barcellona.

La forza di destabilizzazione è globale perché esiste prima in ogni famiglia, in ogni relazione, in ogni territorio, in ogni assemblea, in ogni università, in ogni fabbrica, in ogni mercato. In questo senso è il contrario di una lunga tradizione internazionalista che organizza dall’alto, unificando e dando “coerenza” alle lotte secondo la loro inclusione in un programma.

La dimensione transnazionale compone il collettivo come un’investigazione: si presenta sia come auto-educazione che come desiderio di articolarsi con esperienze che all’inizio non sono vicine. È abbastanza diverso considerare il coordinamento collettivo come un requisito morale a priori o astratto. Il femminismo nei quartieri, nelle camere da letto o nelle famiglie non è meno internazionalista del femminismo nelle strade o negli incontri regionali, e questo gli conferisce la sua potente politica di collocamento. Viene dalla sua non-disgiunzione, dal suo modo di trasformare l’internazionalismo in una politica di radicamento e dalla capacità di aprire i territori a connessioni inaspettate.

La risposta globale alla forza femminista transnazionale si organizza come una tripla controffensiva: militare, economica e religiosa. Questo spiega perché il neoliberismo necessita ora di politiche conservative per stabilizzare il suo modo di governo.
Il fascismo a cui stiamo assistendo a livello regionale e globale è reazionario: una risposta alla forza dispiegata dal movimento femminista transnazionale. I femminismi che sono scesi in piazza negli ultimi anni per formare una forza capillare concreta in tutte le relazioni e le sfere sociali hanno messo in discussione la subordinazione del lavoro riproduttivo e femminilizzato, la persecuzione delle economie migranti, la naturalizzazione dell’abuso sessuale come mezzo di disciplinamento della forza-lavoro precaria, la famiglia etero-normativa come rifugio contro quella stessa precarietà, il confinamento domestico come sito di sottomissione e invisibilità, la criminalizzazione dell’aborto e delle pratiche di sovranità sul proprio corpo, l’avvelenamento e l’espropriazione delle comunità da parte delle società e multinazionali in cooperazione con lo Stato. Ognuna di queste pratiche di interrogazione ha scosso la normalità dell’obbedienza, interrompendone la riproduzione quotidiana e sistematica.

Lo sciopero femminista intessuto come un processo politico ha aperto a una temporalità della rivolta. Si è sviluppato come un desiderio rivoluzionario. Non ha lasciato nessuno spazio indifferente alla marea di insubordinazione e interrogazione.

D’ora in poi, il neoliberismo deve allearsi con le forze conservatrici reazionarie perché la destabilizzazione delle autorità patriarcali mette a rischio l’accumulazione di capitale. Potremmo dirlo in questo modo: il capitale è ben consapevole della sua necessità di articolarsi con il colonialismo e il patriarcato per riprodursi come una relazione di obbedienza. Una volta che la fabbrica e la famiglia etero-patriarcale non riescono più a mantenere la disciplina e una volta che il controllo securitario è sfidato dalle forme femministe di gestione dell’interdipendenza, nell’epoca della precarietà esistenziale, la controffensiva si intensifica. E vediamo chiaramente perché il neoliberismo e il conservatorismo condividono gli stessi obiettivi strategici della normalizzazione.

Poiché il movimento femminista politicizza la crisi della riproduzione sociale in modo nuovo e radicale, sia come crisi di civiltà che come crisi della struttura patriarcale della società, l’impulso fascista lanciato per contrastare offre economie di obbedienza al fine di gestire la crisi. Sia attraverso i fondamentalismi religiosi o la costruzione paranoica di nuovi nemici interni, stiamo assistendo a tentativi di terrorizzare le forze di destabilizzazione radicate in un femminismo che ha attraversato i confini.

María María Acha Kutscher 26 8 de marzo buenos aires

María María Acha-Kutscher, Marcha por DÍA INTERNACIONAL DE LA MUJER para condenar la violencia contra las mujeres. 8 de marzo de 2018, Buenos Aires. Dibujo digital creado a partir de una imagen de prensa de El Nuevo Herald. Foto: AP Natacha Pisarenko. Courtesy ADN Galería, Barcellona.

Il movimento femminista si confronta oggi con l’immagine più astratta del capitale: il capitale finanziario, precisamente la forma di dominio che sembra rendere impossibile l’antagonismo. Affrontando la finanziarizzazione della vita, ciò che si verifica quando l’atto stesso di vivere “produce” debito, il movimento femminista ha avviato una lotta contro nuove forme di sfruttamento ed estrazione di valore.
Il debito appare come un’immagine “invertita” della produttività della nostra forza lavoro, della nostra potenza vitale e della politicizzazione (valorizzazione) dei compiti riproduttivi. Lo sciopero femminista grida “ci vogliamo vive, libere e senza debito!” rendendo evidente la finanza come conflitto e difendendo così la nostra autonomia. È necessario comprendere l’indebitamento di massa che ha messo le sue radici nelle economie popolari femminilizzate e nelle economie domestiche come una “contro-rivoluzione” quotidiana, come un’operazione nel terreno stesso in cui i femminismi hanno scosso tutto.

Prendendo la finanza come terreno di lotta contro l’impoverimento generalizzato, il movimento femminista pratica una contro-pedagogia nei confronti della violenza della finanza e delle formulazioni astratte per lo sfruttamento di corpi e territori.

L’aggiunta della dimensione finanziaria alle nostre lotte ci consente di mappare i flussi del debito e di completare la mappa dello sfruttamento nelle sue forme più dinamiche, versatili e apparentemente “invisibili”. Comprendere come il debito estrae il valore dalle economie domestiche, dalle economie non retribuite e dalle economie storicamente considerate non produttive, ci consente di vedere gli apparati finanziari come veri e propri meccanismi di colonizzazione della riproduzione della vita. Ci permette anche di comprendere il debito come un dispositivo privilegiato per il riciclaggio di flussi illeciti e, quindi, di cogliere il legame tra le economie legali e illegali e l’aumento dei mezzi di violenza diretta contro i territori. Ciò che il debito sta cercando è proprio un’“economia dell’obbedienza” al servizio dei settori ad alta concentrazione di capitale, in cui la carità viene utilizzata per depoliticizzare l’accesso alle risorse.

Tutto ciò ci offre, ancora una volta, possibilità più ampie e complesse per interpretare le molteplici forme di violenza che reclamano i corpi femminilizzati come nuovi territori di conquista. È necessaria una risposta femminista alla macchina del debito, che agisca contro il meccanismo della colpa alimentato dalla moralità etero-patriarcale e dallo sfruttamento delle nostre forze vitali.

tapa vero gago bassa

Il testo Eight Theses on the Feminist Revolution è tratto da La potencia feminista (Tinto Limón, 2019) che sarà pubblicato in inglese da Verso Books nel 2020. Per dare un’idea del contesto argentino in cui Verónica Gago ha scritto il libro, oltre mezzo milione di donne si sono mobilitate in seguito alle imponenti marce seguite allo sciopero nel 2017; 800.000 donne erano in strada per l’International Women’s Day nel 2018 e nel 2019; nel corso del 2018 hanno avuto luogo massicce mobilitazioni per la legalizzazione dell’aborto.

Verónica Gago è un’attivista del movimento argentino di Ni Una Menos, co-fondatrice del Colectivo Situaciones, un collettivo militante attivamente impegnato con movimenti sociali e politici in Argentina, che ha profondamente influenzato il suo lavoro. Attualmente è docente di Sociologia presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Buenos Aires, l’Instituto de Altos Estudios Sociales (IDAES) e l’Universidad Nacional de San Martín. Ha pubblicato numerosi articoli e saggi su questioni relative ai rapporti tra capitalismo, movimenti sociali ed economie popolari. Il suo libro Neoliberalism from Below: Popular Pragmatics and Baroque Economies (Duke University Press, 2017) esamina come il neoliberalismo latinoamericano sia spinto non solo dalle istituzioni corporative e statali ma anche dalle economie popolari e migranti che assumono il neoliberalismo come un campo di battaglia.

L’immagine di copertina è di María María Acha-Kutscher tratta della serie Indignadas. Courtesy ADN Galería, Barcellona.

Da hotpotatoeshotpotatoes

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Articolo di Marta Dillon, giornalista e attivista, lesbica fondatrice di H.I.J.O.S

Articolo di Marta Dillon, giornalista e attivista, lesbica fondatrice di H.I.J.O.S, associazione dei figli e figlie dei desaparecidos durante la dittatura militare e co-fondatrice del collettivo Ni Una Menos in Argentina, da cui è nato l’omonimo movimento globale femminista.
Marta attualmente si trova in Bolivia per fare informazione su quello che sta succedendo a La Paz e nel Paese in generale, in questo momento.

Dopo il colpo di stato il razzismo, con tutto il suo carico di violenza, è uscito allo scoperto

Bolivia soffre per le sue morti e le sue ferite

I massacri di Sacaba, in Cochabamba e di Senkata, alla periferia de La Paz, hanno lasciato ben chiara l’idea di chi ha il monopolio delle armi letali e su chi vengono puntate.

Da El Alto
Non importa se il sole di mezzogiorno richiede di togliersi il giubbotto necessario al mattino, loro ti ricevono lo stesso con il passamontagna di lana lasciando vedere soltanto gli occhi. Nelle stazioni della rete di teleferici, a El Prado, nelle piazze principali; sopra il cappuccio chiuso, il cappello con la visiera e nel pavimento, dove si inginocchIano quando qualcun* lo chiede, la cassetta per lucidare le scarpe.
“Perchè questo lavoro che esige la messa in scena della subordinazione richiede di tapparsi il viso?” “​Perchè ci umiliano”, ​dice Isidro e si alza un po’ il tessuto per asciugarsi il sudore della bocca con il dorso della mano.
“Perchè ci umiliano”, tre parole che risuonano di fronte all’offerta ripetuta sulle vetrine dei saloni dei parrucchieri di El Alto: “Schiarimento della pelle”, scritto tra i servizi di manicure, pedicure, pettinature per i quinceanos, tinte, o tagli pubblicizzati con immagini di persone bionde, con gli occhi chiari. La domenica passata, durante le lunghe ore del blocco della via principale di Senkata, dove dieci persone sono state assassinate e molte di più sono state ferite dai proiettili dell’esercito e delle forze di sicurezza, un gruppo di donne conversava: “​Se non abbiamo il pavimento, usciamo da casa piene di terra, il sole picchia, in questo modo saremo sempre nere”

L’umiliazione è un taglio che non si può cucire, il filo che lo produce si chiama razzismo. Non viene solo da fuori, è anche quello che si legge nello specchio. In questa geografia dove manca l’ossigeno e avanza il dolore e in qualsiasi altro territorio della nostra America colonizzata.

Però in Bolivia, proprio adesso, il razzismo, con tutto il suo carico di violenza, è nudo.

Chasquipampa è una località al sud di Città de La Paz, arrampicandosi verso le montagne dalla Ollada, là dove vivono i settori più ricchi della popolazione. E’ addirittura più facile respirare nella Ollada, l’altezza sopra il livello del mare si abbassa fino a 1000 metri in relazione ad altre zone della città. A Chasquipampa ci si arriva piano piano, perché la salita è ardua; fino al suo mercato ci arrivano i produttori di varie popolazioni, più vicine all’imponente Illimani, contadini e contadine che fino a dieci anni fa non avevano documenti né accesso all’ istruzione. Pascuala Condori Quispe viene da Quiliwaya, è madre di 9 figli e quello che vende durante il giorno diventa il cibo di tutt*. Con il suo grembiule che conta tre tasche si asciuga le lacrime mentre parla: ​“54 mila pesos ci stanno chiedendo! Da dove li tiriamo fuori 54 mila pesos?”​ (circa 7000 euro)​, suo nipote è ricoverato in terapia intensiva nell’ospedale di Tòrax e questo è quanto le stanno chiedendo dopo 10 giorni di ricovero. Altre vicine si riuniscono per narrare la giornata durante la quale spararono a Oscar Pacheco e ruppero le mani al papà di Arminda Chura Cocarico e lanciarono Gas dentro le case, nelle scuole, “hanno rotto i vetri e ​gassificato​ i bambini”, dice la proprietaria del chiosco dove le donne completano le loro testimonianze. Tutto ciò è successo nella settimana in cui Jeanine Anez si è autoproclamata presidenta e ha detto pubblicamente che lasciava “nelle mani di dio e delle forze di sicurezza la pacificazione della Bolivia”. “Sono venuti dei falsi poliziotti a prenderci a calci le porte, a dirci che dovevamo uscire perché venivano a saccheggiarci le case e senza pietà dopo ci hanno sparato. Da Achumani sono arrivati, ci odiano”, dice Pascuala. Achumani è nella Ollada. “E noi odiamo loro, tutti quelli che ha organizzato quel Camacho” aggiunge.

Il racconto corale, disordinato, è una dimostrazione di ​una violenza sporcata per essere confusa e che stazionò sulla Bolivia finchè i massacri di Sacaba, in Cochabamba, e di Senkata, a El Alto, periferia de La Paz hanno lasciato chiaro chi ha il monopolio delle armi letali e su chi le sta puntando,​ protetti per di più da un decreto di impunità, il decreto 4078. In Chaskipampa, il 10 di novembre, il presidio indetto sulla via principale voleva difendersi dai saccheggi che non si sapeva neppure da dove sarebbero arrivati. Non è chiaro neppure alle persone presenti al presidio se chi ha sparato erano dei falsi poliziotti o se i falsi poliziotti hanno spaventato prima le persone e i poliziotti in divisa hanno sparato dopo. “Hanno obbligato le donne a camminare seminude, le hanno obbligate a baciargli le scarpe; questi erano i falsi, quelli che arrivavano in moto. Ma non so se avevano i lacrimogeni. Sono terrorizzata e se tornano, peggio, perchè con la Anez c’è il Camacho e ci odiano” (Luis Fernando Camacho, leader indiscusso del movimento dei comitati civici che ha portato alle dimissioni del presidente della Bolivia), continua Arminda che mercoledì scorso ha fatto per la prima volta in vita sua una denuncia formale, di fronte alla Commissione per i diritti umani del Parlasur. Arminda, come Pascuala e le loro famiglie, erano scappate dai loro paesini perché lì si diceva che “quelli di Camacho” avrebbero raso al suolo il mercato. Ma anche ad Achumani i vicini e le vicine stavano facendo dei presidi per difendersi dai saccheggi. Dina Santander è proprietaria di uno studio veterinario lì ad Achumani che, dice, è stato bruciato il 10 novembre:”Le orde masistas (movimento socialista boliviano) scesero a distruggere la proprietà privata, noi, cittadin* autoconvocat* siamo quell* che hanno dovuto resistere e nessuno ci ha difes*”. Perciò lei vuole che chi dovrebbe difendere il popolo dia le dimissioni e ora che la “pacificazione” è diventata un accordo per andare alle elezioni nel 2020, presidia davanti alla Defensorìa (istituzione boliviana incaricata di difendere i Diritti Umani del popolo) e lì rimarrà con le sue compagne fino a che non raggiungerà il suo obiettivo.

Dina, come Judith Flores, che è stata in Piazza Murillo il giorno in cui il regolamento per le nuove elezioni si è convertito in legge, si unisce “a quelli che difendono la democrazia” e denunciano “I crimini di lesa umanità commessi dai masistas” Quali sarebbero questi crimini? ​“Ci hanno voluto togliere i combustibili, gli alimenti, ci vogliono uccidere lentamente”​ Dice Judith.

Il 29 ottobre, Julio Llanos Rojas, sopravvissuto alla dittatura militare di Hugo Banzer degli anni ‘80, fu colpito mentre un gruppo di minatori e Ayllus di Oruro (popolo originario delle Ande) marciavano dal Prado a Plaza Murillo per proteggere il governo di Evo Morales. E’ morto il 28 novembre, dopo un mese di ricovero e negligenze mediche che sono state denunciate dai suoi familiari quello stesso giorno. I manifestanti hanno detto che Julio è “caduto solo”. Le foto che hanno esposto sulla tenda montata davanti al Ministero della Giustizia, dove viveva Julio dal 2012 con altre vittime della dittatura di Banzer che esigono giustizia, anche se non sono nitide, sembrano dimostrare altro. Il corteo si è svolto in quei giorni in cui il governo di Evo Morales non dava segni di riconoscere quello che il popolo doveva gestire a partire dalle denunce di frode e con la faccia del presidente del Comitato civico di Santa Cruz, Luis Camacho sempre più visibile: un colpo di Stato atipico che puntava tutto sul malcontento di ampi settori della popolazione, ma che si è cristallizzato radicalmente a destra, è razzista, xenofobo e fondamentalista quando arriva al potere e la presa del potere è impersonificata da Jeanine Anez. L’immobilità di Evo Morales la assume lui stesso in un’intervista del giornale messicano ​La Jornada​ , il 16 novembre, allo stesso tempo si autocriticano come integranti del MAS- tutte nello stesso giornale- la presidenta del Senato, Eva Copa, la diputata Sonia Brito e la senatrice Adriana Salvatierra. “​La resistenza l’abbiamo organizzata senza parlare con il nostro Presidente, senza parlare con nessuno, ci siamo autoconvocate perché volevamo difenderci dai civicos (opposizione di Morales) e anche dai mezzi di comunicazione che prima ci hanno trattat* da predoni, poi da saccheggiatori, terroristi e adesso narcotrafficanti”, ​dice Lidia Gueiler nel distretto 8, lo stesso giorno che la CIDH è andata a cercare testimonianze del massacro di Senkata (​https://ilmanifesto.it/dialogo-con-massacro-in-bolivia/​), convertita in una delle dirigenti di una commissione di vicini e vicine pronte a non far passare impunita la morte dei suoi compaesan*. “Una cosa è quello che dicono i dirigenti e un’altra è quella che dicono i sindacati, i sindacati vogliono resistere perciò abbiamo fatto presidi, barricate per non far passare i civicos”, dice Yolanda Calani, segretaria della Confederazione Sindacalista di Donne Interculturali.

Julio Llanos Rojas potrebbe essere stato la vittima di questa resistenza auto organizzata e frustata dalle dimostranze razziste dei gruppi civicos che bloccavano buona parte della città de La Paz esigendo di cantare l’inno o di fare altre dimostrazioni di nazionalismo, contro la plurinazionalità che ai suoi tempi ridette dignità ai popoli originari. E che non a caso inizia nella zona del sud e dell’oriente dove nel 2008 una sommossa separatista provocò, ad esempio, il massacro di Pando, nel quale furono assassinate 11 persone. Anche in quel momento ad affrontarsi furono i comandi civici contro i campesini, incoraggiati dalle autorità delle località separatiste. ​Leopoldo Fernandez, ex prefetto di Pando, fu condannato per quei fatti e ora occupa un posto nel potere esecutivo, Jeanine Anez sta chiedendo l’amnistia per lui e per altri responsabili. ​Adesso, l’avvocata querelante riceve minacce e ha chiesto a la CIDH misure precauzionali per la sua protezione.

Luis Camacho, il “civico” di Santa Cruz che è arrivato al Palazzo Bruciato protetto dalla polizia boliviana per lasciarvici una lettera di dimissioni su un Bibbia diretta ad Evo Morales, si è proclamato candidato alla presidenza ​ieri e già conta su alleanze dichiarate per la sua candidatura. Il partito della Democrazia Cristiana, ad esempio, che già non vuole più come candidato l’evangelico Chi Hyun Chung, anche se proprio lui ha posizionato il partito come quarta potenza politica con un discorso fondamentalista che offriva trattamento psichiatrico per le persone LGTBQI+ e che diceva che le violenze sulle donne sarebbero terminate quando loro avrebbero accettato l’autorità del marito. Camacho potrebbe avere come vicepresidente Marcos Pumari, civico di Potosì, la zona di miniere dove si trova la riserva di litio più grande di tutta la regione e di buona parte del mondo. Secondo l’intervista che ha rilasciato ieri alla radio AM750, uno dei motivi centrali del suo rovesciamento è stata la nazionalizzazione dell’estrazione e dello sfruttamento “delle risorse naturali, tra cui in particolare, il litio”.

I comitati civici da cui escono fuori queste figure sono spazi nei quali convivono imprenditori, qualche ong insieme a famiglie oligarchiche alle quali appartengono solo persone che tengano un buon “cognome”. Camacho si è convertito nel presidente del Comitato Civico di Santa Cruz quell’anno. ​Quella zona, conosciuta come la mezzaluna, concentra quasi la metà del PIL boliviano ​però rappresenta un terzo della popolazione, lo stipendio di un abitante della mezzaluna è in media un terzo più alto rispetto a quello di qualsiasi altro abitante del Paese.

Come arriva Camacho a contare con forze militari che lo accompagnano nel suo cammino a La Paz nei primi giorni di novembre è qualcosa che rimane sconosciuto. Quello che si è sicuro è che la sua figura come antagonista di Evo Morales si installa sul malcontento molto più eterogeneo di ciò che Camacho definisce -con la sua bibbia e le sue manifestazioni razziste-​ contro la quarta postulazione alla presidenza di Morales, anche quando aveva perso il plebiscito del 21 febbraio del 2016 per fare una consultazione con lo scopo di vedere se poteva essere abilitato a un nuovo mandato. ​Nel 2016, era da pochi mesi che Evo aveva vinto le elezioni con il 60% dei voti, quindi perché è stata fatta quella consultazione, quando mancavano 3 anni per le prossime elezioni? Per il politologo Oscar Vega Camacho, quella consultazione, della quale il risultato negativo fu sottostimato per andare a cercare comunque una via giuridica con la quale spodestare Morales, è servita soltanto per generare sfiducia in una società che non aveva problemi economici perché la Bolivia era uscita, nel 2010, dal gruppo dei paesi dagli ingressi monetari bassi per passare a quello dagli ingressi moderati -secondo la Banca Mondiale- e continuava a crescere. “L’esperienza evidenziava -dice il politologo- che le giunte elettorali e le consultazioni non stavano contribuendo a dissolvere i suoi assunti, né gli interessi, e molto meno gli orizzonti politici, piuttosto erano ostaggi delle esigenze per i prebendalismi che suscitavano”.

Ma non è soltanto il movimento del 21F -giorno della consultazione_ l’unica cosa che ha fatto crescere il malcontento contro il governo del MAS IPSP; anche le domande dei difensori e difensore della terra, movimenti ecologisti che denunciarono nel 2011 l’attacco contro la biodiversità del​ TIPNIS -​ Territorio Indigeno del Parco Naturale Isidoro-Secure – per costruire un’autostrada. E più tardi per gli incendi della Chiquitanìa, quello stesso anno, un territorio protetto nel quale si autorizzarono incendi controllati per il beneficio dei grandi produttori di allevamenti. Senza dubbio, queste domande che minacciarono l’autorità del Presidente in esilio adesso incrementano: ​Jeanine Anez​, anche se si presenta come governante di transizione per assicurare le elezioni, è tornata ad autorizzare gli incendi controllati, ma in settori ancora più ampi, nelle aree che già non sono più protette.

I comitati civicos sono tornati più forti ​di nuovo, dopo il 2008, proprio per il loro discorso antipolitico, per autoproclamarsi cittadini comuni, senza partito, solo uniti dall’amore verso la democrazia.
Parola svalutata, che adesso in Bolivia si ripete per naturalizzare il colpo di Stato, che è atipico perché non sono le forze armate quelle che stanno al potere e comunque il Congresso funziona ancora, è stato un militare a mettere la fascia presidenziale a Jeanine Anez, che già conta con una medaglia conferita dall’esercito.

Nella settimana che è appena finita, familiari e vittime della repressione che è iniziata da quando Jeanine si è autoproclamata presidenta, hanno raccontato le loro storie, facendo delle denunce almeno tre volte: davanti alla CIDH, davanti alla Commissione per i Diritti Umani del Parlasur, davanti alla delegazione argentina dei movimenti sociali, sindacali e dei Diritti Umani che è entrata in Bolivia nonostante le minacce manifestate dal governo, ​Arturo Murillo​, che accusò le 40 persone integranti di quella delegazione di terroristi, che la polizia era già pronta a perseguitare. La CIDH ha detto, tramite il suo rappresentante, ​Pablo Abrao​, che non esistono garanzie verso i Diritti Umani, in Bolivia e che ci sarebbe da formare una squadra di esperti per investigare ciò che è successo, almeno a Sacaba e Senkata.

La delegazione argentina ha lasciato da una parte la burocrazia tecnica. Ieri sono tornati al paese dopo aver compilato un rapporto doloroso raccogliendo le morti, le ferite, le denunce di stupro, la promozione di razzismo e discorsi d’odio, la persecuzione selettiva di militanti del MAS e di funzionari e funzionarie pubblici, la restrizione alla libertà di stampa e il dispiegamento militare.

Mentre familiari e sopravvissut* continuano a raccontare la loro storia in cerca della verità e giustizia, il discorso della pacificazione continua incoraggiato da un’immensa propaganda che cerca di fare eco in questo terrore descritto dalle donne di Chasquipampa e che si percepisce viaggiando in qualsiasi autobus o nell’immensa rete di teleferici che collegano le zone più isolate, come El Alto al sud della città. Zon che continuano ad essere isolate ancora più adesso con le barriere che alza l’odio, la paura. La destra al potere e i civicos nelle zone più ricche, alzano bandiere bianche e la bandiera boliviana tricolore dopo aver pubblicamente bruciato la wiphala, simbolo della plurinazionalità che è uno dei valori più grandi della gestione di Evo Morales. “​la plurinazionalità, la nostra costituzione plurinazionale, l’abbiamo costruita noi; quel processo non è proprietà di Evo. ​Ancora meno del congiunto di meticci arrivisti che hanno fatto dello Stato un papà e che hanno fatto credere alla gente che Evo è il sole e la luna. La gente ha perso fede nei confronti della sua forza”, dice l’intellettuale Silvia Rivera Cusicanqui, attraversata dal dolore di questi tempi politici, anche se comunque confidando nei cicli della cosmogonia aymara e nella possibilità di tornare a costruire ponti che distruggano le barriere che ora appaiono inespugnabili.

La sensazione di orfanità dopo le dimissioni e l’esilio di Evo Morales è anch’essa qualcosa che si raccoglie come le pietre lasciate per indicare un sentiero, nelle conversazioni della gente del Alto, con simpatizzanti del MAS, con dirigenti politic* inclus*, molti e molte di loro non vogliono dare il loro nome per paura delle minacce e della persecuzione. E la cosa certa è che questa immensa struttura del MAS sta cercando di riorganizzarsi senza essere visibile, mettendo in funzione la maggioranza in Congresso, che da un lato non può più contare con la ricandidatura politica di Evo. Dall’altro ,invece, è tornato a riunire le organizzazioni sociali, indigene, sindacali, di donne per dargli voce, ferite dal razzismo inaridito che funziona seminando il terrore di perdere la dignità che i popoli originari hanno faticosamente recuperato durante gli ultimi dieci anni.

Però la destra si organizza troppo velocemente e anche quando sembra concedere un’esigenza, come quella di annullare l’impunità delle Forze Armate e di Sicurezza per la repressione, al giorno dopo forma ​una forza militare d’elite antiterrorista che si muove a Santa Cruz, dove vive Camacho. ​Ed è usando la figura del terrorismo che si perseguita chi fa parte o faceva parte del MAS e anche la delegazione argentina che fino a ieri era a La Paz.

La Bolivia soffre. Soffre per le sue morti e ferite, soffre per la persecuzione e per la brutalità del suo apparato di comunicazione che parla di pace anche se quello che funziona come eco di questa campagna è “Il silenzio è salute” che viene dall’ultima dittatura argentina. E fa male perché è così vicina come il fruttivendolo all’angolo, così vicina come le compagne con le quali marciamo nei cortei femministi. Bolivia è un promemoria della fragilità alla quale sono esposti i governi popolari e del potere delle destre che, per esempio, sostengono Pinera al potere dopo due mesi di mobilizzazioni costanti. Ma il futuro di questa costruzione plurinazionale, capace di iscrivere nella costituzione dello stato, tra le altre cose, che nessun* può possedere più di 5mila ettari di terra, non ha un punto nell’occupazione del potere da parte della destra neoliberale più rancida. In ogni caso, come già è stato scritto in queste cronache dall’altopiano, puntini di sospensione.

Perché la resistenza è viva e le basi si stanno organizzando. Perché non è solo Evo, la luna e il sole, ma anzi quella forza popolare che difende contro tutto la wiphala.

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Assemblea settimanale Nudm

Gli eventi e le mobilitazioni in programma sono tantissimi, ci ritroviamo per unire le forze e le idee, per progettarli e organizzarli..parleremo dell'”assemblea di NUDM e delle idee che sono venute fuori, insieme si può cambiare le cose!!.
Mercoledì 4 dicembre alle 19 ci incontriamo in Via Fiesolana 2/B per la nostra assemblea settimanale.

https://www.facebook.com/events/2184407715196487/

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