IL FRONTE ITALIANO DELLA GUERRA AL GOVERNO FASCISTA TURCO

Gli attacchi turchi al Rojava non si fermano dal 20 novembre scorso. Oltre a colpire villaggi e civili, gli attacchi della Turchia sono mirati a distruggere infrastrutture come ospedali, centrali elettriche e riserve di grano, isolando le popolazione. É attestato l’uso di armi chimiche de parte dello stato turco, armi vietate dalle convenzioni internazionali, nonostante il dittatore Erdogan abbia fatto qualsiasi cosa per impedire le operazioni di investigazione de parte dell’OPCW, l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, istituendo false commissioni di inchiesta e mettendo in prigione le voci di denuncia interne. Inoltre, continua le detenzione del leader Abdullah Öcalan sull’isola carcere di Imrali, dove si trova dal 1999 in un regime di massimo isolamento. Alcune settimane fa il Comitato di prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa (CPT) aveva fissato una visita con lui per vigilare sulle sue condizioni, ma l’incontro non è avvenuto e non se ne conosce il motivo.
In questo scenario drammatico, il governo turco sceglie di continuare ad amministrare uno stato ormai cronicamente sull’orlo del default finanziario proseguendo ciecamente le sue criminali aggressioni militari su vasta scala ai danni delle popolazioni curde e del loro progetto rivoluzionario, facendo affidamento su solidi rapporti commerciali in cui l’Italia ha un ruolo chiave. L’Italia è infatti le prima importatrice in Turchia di filati e tessuti a maglia.
Tra i maggiori marchi italiani che operano in Turchia ci sono Benetton e Calzedonia. Benetton, nello specifico, he investito circa 14 milioni di dollari per il 50% della società Bofìs, interamente controllata de Boyner, che gestisce tutte le attività commerciali dei marchi United Colors of Benetton, Sisley, Playlife e Killer Loop nell’area turca. Sono presenti circa 50 negozi. Calzedonia, invece, he orca 20 negozi su suolo turco. Tra gennaio e ottobre 2021, l’Italia ha importato dalla Turchia prodotti tessili e di moda per un valore di circa 295 milioni di dollari di cui 31,9 milioni di dollari nel solo settore delle calzature. L’Italia è quindi direttamente responsabile e complice del foraggiamento della guerra di Erdogan, i grandi colossi della moda, allo stesso modo, lucrano e aumentano il loro volume di affari con un governo palesemente fascista. Una delle linee del fronte di questa guerra è quindi anche a casa nostra: sotto i nostri portici rassicuranti, sotto i riflettori delle vetrine addobbate per gli acquisti natalizi. E’ nostra responsabilità agire immediatamente e smascherare questa ipocrisia in difesa del popolo curdo e di una vita libera insieme in tutto il mondo,

#DefendKurdistan #RiseUp4Rojava #WomenDefendRojava #noflyzone4rojavanow

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Corteo 26 Novembre

Spaesamento

Oggi a Roma, per il settimo anno consecutivo, siamo felici di essere tornate a camminare con tutte le nostre sorelle e compagne.
Di fronte alla guerra, alle bombe, al governo neofascista, al numero drammatico di femminicidi e transicidi, ai respingimenti delle persone migranti, alle condizioni di lavoro e di vita sempre più spaventose, ci siamo sentite spesso smarrite e senza parole.
Viviamo un mondo che ci costringe all’individualismo, all’isolamento: ognuna per sé, con i suoi problemi, le sue paure, le sue preoccupazioni, mentre tutto si sgretola intorno.

Abbiamo sentito ancora più forte il peso dell’isolamento e della paura in questi mesi, quando l’asticella dello scontro sui nostri corpi e tutto intorno si è alzata spaventosamente.
Più la situazione peggiorava e più ci siamo sentite paralizzate e sole. Per questo in piazza oggi portiamo il bisogno smisurato di ritrovarci tutte insieme, spalla contro spalla, ad essere marea.

Perché la solitudine ci toglie le parole, e perché nella solitudine prolifera la violenza di genere, a tutti i suoi livelli.
Nelle guerre, nelle torsioni reazionarie dei governi, nella riduzione degli spazi di movimento la violenza maschile contro le donne e la violenza di genere esplode, proprio perché è strutturale.
Abbiamo bisogno di ritrovare le parole, di ritrovare le sorelle, di costruire una risposta all’altezza dell’attacco in corso.
Una risposta collettiva, una risposta oceanica, una risposta femminista!

 

Sessismo democratico

Non vogliamo farci ingannare. Quando ci sembra che qualcosa di assolutamente nuovo stia succedendo, non ci crediamo.
Certo, a tratti peggiorano, ma il patriarcato e il sessismo sono l’asse portante della democrazia, e nessuno si è salvato.
Sappiamo che siamo noi, donne, lesbiche, persone trans e non binarie a pagare il prezzo più caro del neoliberismo, a reggere col lavoro non pagato, a vivere le conseguenze della violenza che organizza il mondo, e anche i governi

Non ci stupisce Giorgia Meloni quindi, non ci stupisce la ministra Roccella, non ci stupisce la modifica della legge 194 e la richiesta di riconoscimento di capacità giuridica dell’embrione, non ci stupiscono le navi delle ONG a cui viene vietato l’attracco.

Non ci stupiscono, ma ci riempiono di una rabbia feroce, per cui gridiamo ancora più forte: i governi neofascisti sono figli del patriarcato.
Le politiche pubbliche sessiste sono figlie del patriarcato.
Il sovranismo, la chiusura dei confini nazionali, dio patria e famiglia, sono figli del patriarcato.
E noi siamo sempre dalla stessa parte: quella anticapitalista, quella antifascista, quella femminista!

 

Solidarietà – rabbia – sorellanza

Ancora una volta, la nostra risposta contro la violenza è una risposta di rabbia, di solidarietà, di sorellanza, di amore
Continuiamo a sentire la rabbia perchè non possiamo godere del privilegio di non farlo: nelle relazioni, sui posti di lavoro, nei governi, nelle istituzioni, negli ospedali, nelle scuole, nella città, nelle guerre, vige ancora la cultura dell’abuso e dello stupro, e ne viviamo tutte le conseguenze.

La rabbia però ci spinge a cercare le sorelle: solo con le altre possiamo costruire strumenti, non sentirci sole, uscire dalla spirale della violenza, non cedere ai ricatti, affermare le nostre scelte, decidere la strada per l’autodeterminazione.
Le sorelle non sono solo le nostre compagne.
Sono tutte coloro che incrociamo, con cui stringiamo rapporti, costruiamo progetti, inventiamo soluzioni collettive a problemi individuali, che non sono mai solo individuali.
Per questo abbiamo bisogno di moltiplicare la solidarietà. Moltiplicare i laboratori, gli sportelli di aiuto, i centri anti violenza, le case rifugio, gli spazi femministi, le consultorie.A Firenze lo abbiamo fatto con Greta, lo sportello di accompagnamento all’aborto, e cerchiamo di farlo ogni volta che qualcuna ci dice: ho paura, ho bisogno, ho desiderio, ci siete?
E noi ci siamo e ci vogliamo essere.
Perché la rivoluzione è lenta e non lascia indietro nessuna. E la nostra rivoluzione è rabbiosa, collettiva, e femminista!
Non una di meno!

 

Morte

A gridare per le strade di Roma oggi siamo in tante, ma non siamo tutte.
Dove cado io, ci sei tu, scriveva Marti.
Per ogni persona di noi che è caduta, per ognuna che non c’è, vogliamo esserci noi, tutte insieme, ancora più forte.
Conosciamo la violenza, conosciamo il dolore, e nostro malgrado, abbiamo dovuto conoscere anche la morte delle nostre compagne e sorelle.
La morte nelle nostre relazioni femministe ci taglia via un pezzo.Quando riguarda una, riguarda tutte, e così anche la malattia e la morte non riguardano una, ma riguardano tutte.
Il dolore della perdita ci ha spesso ammutolite.
Anche quello, ci ha fatto sentire smarrite. Eppure quel dolore vogliamo trasformarlo in rabbia, in desiderio, e nell’amore che ci unisce, mentre camminiamo insieme.
Alla nostra luna che muove le maree, a Marti, a Fiore e a ogni compagn che manca, a tutte quelle che non sono sopravvissute alla violenza maschile e di genere, vogliamo gridare: siamo il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce!
Ciao Pat!

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BE FURIOS WITH US

Il 28 settembre  siamo tornate  nelle piazze di tutta Italia per la giornata internazionale per l’aborto libero, sicuro e gratuito perché in questo scenario politico, tra guerre, crisi economica,climatica e campagna elettorale, i nostri corpi continuano ad essere un campo di battaglia.

La libertà di abortire significa per noi poter scegliere sui nostri corpi e sulle nostre vite, e per questo vogliamo lottare contro tutte le condizioni che ce lo impediscono.

Gli attacchi e le restrizioni all’aborto sono attacchi diretti a donne, persone con capacità gestante, persone migranti e senza reddito. Lo sappiamo che la violenza è più brutale sui corpi di chi vive in una regione in cui il tasso di obiezione è altissimo e non ha un reddito per spostarsi, sui corpi di chi ha un’identità di genere non conforme e sui corpi di scappa dalla guerra.

Siamo furios3 perché in tutto il mondo non è possibile abortire in sicurezza e ciò significa la morte per milioni di persone (22 milioni all’anno).

In Italia la legge 194, che disciplina l’accesso all’aborto, permette l’obiezione di coscienza del personale medico, che nel nostro paese arriva quasi al 70%. I consultori pubblici sono stati progressivamente ridotti, dagli anni 70 ad oggi: sono adesso molto meno di un consultorio ogni 20.000 abitanti. Non si investe sull’educazione sessuale e all’affettività e sulla contraccezione gratuita. Quando decidiamo di abortire,siamo stigmatizzat3 e colpevolizzat3 e il percorso per acccedere all’IVG diventa più difficile. Rivendichiamo con forza che non ci pentiamo di aver abortito e che continueremo a farlo.

Siamo furios3 perché la nostra libertà di scelta è messa ancora più sotto attacco da venti reazionari che soffiano da Stati Uniti, Ungheria, Polonia, Malta. Anche in Italia assistiamo a un rilancio della triade “Dio, patria e famiglia”, declinata nelle forme più sessiste, razziste, omolesbobitransfobiche e abiliste, che impone rigidi ruoli di genere e assegna alle donne il compito della riproduzione e della crescita della nazione bianca, patriarcale e eterossessuale.

Siamo furios3 perché l’attacco all’aborto si rafforza in un momento di crisi economica e sociale, estremizzata dalle conseguenze di una guerra che riduce i salari con l’inflazione, alimenta la crisi energetica, ci impoverisce e ci rende più ricattabili. Scendiamo in piazza perché a questa crisi corrisponde un aumento incessante dei femminicidi, degli stupri, della violenza maschile contro le donne e della violenza omolesbobitransfobica, della violenza razzista.

Saremo in piazza tre giorni dopo le elezioni perché non vogliamo un patriarcato conservatore, e non ci accontentiamo di un patriarcato democratico.

La destra conservatrice strumentalizza la violenza sulle donne per portare avanti politiche razziste e vuole rafforzare il controllo sui nostri corpi e sulla nostra sessualità. Ci impone la maternità e il lavoro di cura in cambio di briciole, mentre ci spinge a lavorare sottopagate, promettendo sgravi fiscali a Confindustria . I democratici promettono diritti e libertà civili in cambio di politiche che continuano a peggiorare le nostre condizioni di vita.

Vogliamo essere libere di scegliere, e perciò rifiutiamo queste finte alternative. Vogliamo lottare per mettere fine alla violenza patriarcale, razzista, coloniale, omolesbobitransfobica, abilista e classista che trova nella guerra e nelle sue conseguenze la massima espressione.

 

Noi ci vogliamo viv3 e liber3.

 

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo non possiamo accettare la mancanza di uno stato di welfare

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo vogliamo un reddito di autodeterminazione

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo non possiamo accettare la guerra e le sue conseguenze

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo vogliamo un permesso di soggiorno senza condizioni

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo vogliamo più finanziamenti ai consultori, ai centri antiviolenza, all’educazione sessuale nelle scuole e alla contraccezione gratuita

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo vogliamo un aborto libero, sicuro e gratuito

 

Ci vogliamo viv3 e liber3, per questo vogliamo molto di più della 194.

 

Vogliamo la libertà di decidere sul nostro corpo, vogliamo che l’attenzione alla vita sia attenzione all’autodeterminazione per tutte le persone.

 

Sosteniamo il personale medico e infermieristico che con tenacia cerca di arginare le difficoltà causate dall’elevato tasso di obiezione. Sosteniamo tutte le persone e le organizzazioni che forniscono informazioni, accesso alle pillole abortive e servizi di assistenza all’aborto. Ci riuniamo in sorellanza da ogni angolo del mondo per imparare, sostenerci a vicenda e lavorare insieme per rivendicare il diritto all’aborto sicuro.

 

Per tutto questo è necessario scendere in piazza, perchè siamo furios3, non ne possiamo più e vogliamo rilanciare un percorso che va verso e oltre il 28 settembre, per costruire insieme una lotta che sia davvero di tutt3 e fare risalire insieme la marea.

 

AMORE E RABBIA

Non una di meno

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Per l’aborto libero, sicuro e gratuito

💥IL 28 SETTEMBRE TORNIAMO NELLE PIAZZE: FURIOS3_RISALE LA MAREA Per l’aborto libero sicuro e gratuito – cerca nell’evento l’appuntamento nella città più vicina!💥

📢 Il 28 settembre torniamo nelle piazze di tutta Italia per la giornata internazionale per l’aborto libero, sicuro e gratuito perché in questo scenario politico, tra guerre, crisi economica,climatica e campagna elettorale, i nostri corpi continuano ad essere un campo di battaglia.

Lottare per la libertà di abortire significa per noi poter scegliere sui nostri corpi e sulle nostre vite, e contro tutte le condizioni che ce lo impediscono.
Gli attacchi e le restrizioni all’aborto sono attacchi diretti a donne, persone con capacità gestante, persone migranti e senza reddito. Lo sappiamo che la violenza è più brutale sui corpi di chi vive in una regione in cui il tasso di obiezione è altissimo e non ha un reddito per spostarsi, sui corpi di chi ha un’identità di genere non conforme e sui corpi di scappa dalla guerra.
📛 Siamo furiosə perché in tutto il mondo non è possibile abortire in sicurezza e ciò significa la morte per 22 milioni di persone all’anno.
⛔ In Italia la legge 194, che disciplina l’accesso all’aborto, permette l’obiezione di coscienza del personale medico, che nel nostro paese arriva quasi al 70%. I consultori pubblici sono stati progressivamente ridotti, dagli anni 70 ad oggi: sono adesso molto meno di un consultorio ogni 20.000 abitanti. Non si investe sull’educazione sessuale e all’affettività e sulla contraccezione gratuita. Quando decidiamo di abortire,siamo stigmatizzatə e colpevolizzatə e il percorso per acccedere all’IVG diventa più difficile. Rivendichiamo con forza che non ci pentiamo di aver abortito e che continueremo a farlo.
⚡ Siamo furiosə perché la nostra libertà di scelta è messa ancora più sotto attacco da venti reazionari che soffiano da Stati Uniti, Ungheria, Polonia, Malta. Anche in Italia assistiamo a un rilancio della triade “Dio, patria e famiglia”, declinata nelle forme più sessiste, razziste, omolesbobitransfobiche e abiliste, che impone rigidi ruoli di genere e assegna alle donne il compito della riproduzione e della crescita della nazione bianca, patriarcale e eterossessuale.
⚡ Siamo furiosə perché l’attacco all’aborto si rafforza in un momento di crisi economica e sociale, estremizzata dalle conseguenze di una guerra che riduce i salari con l’inflazione, alimenta la crisi energetica, ci impoverisce e ci rende più ricattabili, inasprisce le condizioni della riproduzione sociale alimentando la divisione del lavoro e il suo sfruttamento in chiave sessista e razzista.
🔴 Scendiamo in piazza perché a questa crisi corrisponde un aumento incessante dei femminicidi, degli stupri, della violenza maschile contro le donne e della violenza omolesbobitransfobica, della violenza razzista.
Saremo in piazza tre giorni dopo le elezioni perché non vogliamo un patriarcato conservatore, e neppure un patriarcato democratico, il patriarcato vogliamo abbatterlo!
⚠ La destra conservatrice strumentalizza la violenza sulle donne per portare avanti politiche razziste e vuole rafforzare il controllo sui nostri corpi e sulla nostra sessualità. Ci impone la maternità e il lavoro di cura in cambio di briciole, mentre ci spinge a lavorare sottopagate, promettendo a confindustria sgravi fiscali. I democratici promettono diritti e libertà civili in cambio di politiche che continuano a peggiorare le nostre condizioni di vita.
❌ Vogliamo essere libere di scegliere, e perciò rifiutiamo queste alternative. Vogliamo lottare per mettere fine alla violenza patriarcale, razzista, coloniale, omolesbobitransfobica, abilista e classista che trova nella guerra e nelle sue conseguenze la massima espressione.
Noi ci vogliamo vivə e liberə.
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo non possiamo accettare la mancanza di uno stato di welfare
🔻 Ci vogliamo vivə e liberə, per questo vogliamo un reddito di autodeterminazione
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo non possiamo accettare la guerra e le sue conseguenze
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo vogliamo un permesso di soggiorno senza condizioni
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo vogliamo più finanziamenti ai consultori, ai centri antiviolenza, all’educazione sessuale nelle scuole e alla contraccezione gratuita
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo vogliamo un aborto libero, sicuro e gratuito
🔻Ci vogliamo vivə e liberə, per questo vogliamo molto di più della 194.
⚧ Vogliamo la libertà di decidere sul nostro corpo, vogliamo che l’attenzione alla vita sia attenzione all’autodeterminazione per tutte le persone.
🩺 Sosteniamo quel personale medico e infermieristico che con tenacia cerca di arginare le difficoltà causate dall’elevato tasso di obiezione. Sosteniamo tutte le persone e le organizzazioni che forniscono informazioni, accesso alle pillole abortive e servizi di assistenza all’aborto. Ci riuniamo in sorellanza da ogni angolo del mondo per imparare, sostenerci a vicenda e lavorare insieme per rivendicare il diritto all’aborto sicuro.
🔥 Per tutto questo è necessario scendere in piazza, perchè siamo furiosə, non ne possiamo più e vogliamo rilanciare un percorso che va verso e oltre il 28 settembre, per costruire insieme una lotta che sia davvero di tuttə e fare risalire insieme la marea.

AMORE E RABBIA

Non una di meno

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MAPPATURA FARMACIE FIRENZE E DINTORNI

     

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BENVENUTA GRETA

⁉️Chi è Greta e perché abbiamo sentito la sua mancanza.⁉️

🔥Nonostante la 194 sia in vigore ormai da anni la strada verso il diritto all’aborto libero, gratuito e garantito è ancora lunga e lastricata di lotte.
L’obiezione di coscienza e i definanziamemti al servizio sanitario nazionale impongono ancora a troppe donne e soggettività non binarie una maternità non scelta e non voluta, costellata di giudizio sociale e solitudine.
Se vuoi abortire o sei un’assassina o sei una poveretta.
Greta nasce proprio per rompere questo solitudine, questo stigma che ci vuole sole e sofferenti in una società che ha pretese sui nostri corpi.
Greta è un gruppo di donne che si aiuta e supporta a vicenda, che si ascolta e riconosce l’una nell’altra, che lotta affinché lo slogan “IL CORPO È MIO E DECIDO IO” non sia solo uno slogan ma una pratica quotidiana di lotta e autodeterminazione.

💥Per questo e molto altro vi invitiamo giovedì 9 giugno alle 19:30 in Piazza Tasso a conoscere Greta e, soprattutto, a condividere le proprie esperienze e i propri portati affinché sia possibile per tutte dotarsi di strumenti collettivi.
Vogliano scegliere noi se essere madri o se essere donne è soggettività non binarie libere di usufruire dell’interruzione volontaria di gravidanza senza dover per forza farne un calvario o una cicatrice emotiva profonda.

💜Insieme ci prendiamo cura le une delle altre.
Insieme cambiamo il mondo.

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NESSUNA BASE PER NESSUNA GUERRA – MANIFESTAZIONE NAZIONALE

Il 2 giugno eravamo a Coltano insieme ad altre 10 mila persone non per dire che non vogliamo basi militari vicino a casa nostra ma per dire che non vogliamo basi militari punto. I nostri territori hanno bisogno di altro e quei fondi, invece che sprecarli per soddisfare l’arma, devono essere investiti in sanità, istruzione, centri antiviolenza e moltissime altre cose reali e concrete.
Ma non nella guerra.
I nostri corpi e la terra che ci ospita non sono in vendita o alla mercè del più forte e la retorica bellicista sui corpi delle sorelle russe e ucraine non ci trae in inganno.
💫A Coltano è solo l’inizio, e che inizio, di una lotta necessaria verso un mondo e una società migliori in cui tuttə ci rivediamo e a cui tuttə daremo supporto e voce.
📢Nessuna villetta per i militari
Noi vogliamo case, scuole ed ospedali📢
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SCUSATE IL DISTURBO, CI STANNO AMMAZZANDO

Ogni 8 del mese, da ormai un anno, piazza Santissima Annunziata è diventato il luogo in cui ritrovarsi per ricordare le donne uccise per mano di un marito, compagno, fidanzato, familiare. Uomini che le vedevano come un oggetto da possedere tanto nella vita quanto nella morte.

Per ricordare ogni femminicidio e transicidio, viene simbolicamente appeso un lucchetto e un fazzoletto fucsia – un pañuelo, simbolo della lotta femminista – che riporta il nome e la data in cui quella vita è stata interrotta da un atto violento.
La stessa azione viene ripetuta in molte città in tutta Italia, per rendere visibile il fenomeno della violenza sulle donne. I lucchetti sono stati simbolicamente scelti proprio perché richiamano le coppie innamorate, che li attaccano su ponti e grate, ma ormai sappiamo che proprio nella coppia e nell’ideale dell’amore romantico si annida la violenza: la gran parte dei femminicidi sono infatti casi di violenza domestica.
Martedì 8 marzo 2022, durante la manifestazione per lo sciopero femminista e transfemminista, a Firenze in piazza Santissima Annunziata c’erano più di 120 lucchetti e pañuelos. La mattina dopo non c’erano più: erano stati rimossi il 9 mattina dai vigili urbani, armati di flessibile.
Ci chiediamo se mentre facevano tutto questo, mentre toglievano lucchetti e pañuelos, si siano fermati a leggere quei nomi.
Avrebbero mai rimosso una lapide? Ci avrebbero mai sputato sopra?
Avrebbero mai calpestato un monumento alla memoria?
Perché questo era e tornerà ad essere quella installazione.
È memoria viva. Atto di cura. Monito. Accusa. Gesto condiviso. Rito di sorellanza.
Come Non Una di Meno Firenze, riteniamo che l’amministrazione abbia compiuto un grave atto di violenza istituzionale: la retorica del decoro cittadino non può infatti cancellare il ricordo di quelle morti, così come non può negare alla comunità di Firenze il diritto di scegliere dal basso un luogo in cui ritrovarsi e far sentire la propria voce contro la violenza maschile sulle donne.

Riteniamo che questo atto sia esso stesso espressione della violenza sulle donne , l’ennesimo tentativo di invisibilizzare questo fenomeno e di silenziare le donne e le soggettività che contro di esso stanno lottando: non diteci che è solo una coincidenza che sia stato fatto proprio il giorno dopo l’8 marzo. Crediamo invece che sia l’ennesimo segnale delle politiche del sindaco Dario Nardella , che da anni sta limitando in città l’agibilità politica dei movimenti: dalle restrizioni ai cortei nelle strade del centro fino all’uso della violenza per sgomberare le studentesse e le altre soggettività che avevano cercato di aprire uno spazio liberato in città proprio l’8 marzo.

Dopo l’attacco dell’amministrazione comunale, guidata da Nardella, che all’alba del 9 Marzo ha rimosso tutti i lucchetti e panuelos in ricordo delle vittime di femminicidio, siamo tornate  a riprendere lo spazio che è nostro. Quello della sorellanza, quello della cura, quello della memoria e della lotta.

Nei giorni successivi in Piazza della Signoria, mentre fuori dall’aula in cui era in corso il consiglio comunale, coi nostri corpi, la nostra rabbia, il nostro grido per tuttə quellə che più non hanno voce

Ogni 8 del mese, da ormai un anno, piazza Santissima Annunziata è diventato il luogo in cui ritrovarsi per ricordare le donne uccise per mano di un marito, compagno, fidanzato, familiare. Uomini che le vedevano come un oggetto da possedere tanto nella vita quanto nella morte.
Per ricordare ogni femminicidio e transicidio, viene simbolicamente appeso un lucchetto e un fazzoletto fucsia – un pañuelo, simbolo della lotta femminista – che riporta il nome e la data in cui quella vita è stata interrotta da un atto violento.
 Martedì 8 marzo 2022, durante la manifestazione per lo sciopero femminista e transfemminista, a Firenze in piazza Santissima Annunziata c’erano più di 120 lucchetti e pañuelos.
La mattina dopo non c’erano più: erano stati rimossi il 9 mattina dai vigili urbani, armati di flessibile.
Così abbiamo scelto di essere sotto il consiglio comunale, nello stesso momento in cui in aula un Question time domanda chi e perché ha rimosso quei lucchetti.
Abbiamo scelto di esserci non col nostro volto, ma coi nostri corpi. Perché la violenza vissuta da una ci riguarda tutte. Perché il decoro non giustifica la cancellazione della memoria dei femminicidi. Perché siamo sempre noi ad essere considerate indecorose: troppo libere, troppo silenziose, troppo svestite, troppo pudiche, troppo irriverenti. Anche da morte. Anche quando un lucchetto ricorda che siamo state uccise.

Crediamo che una città sia costruita e trasformata prima di tutto da chi la vive. L’installazione di lucchetti e pañuelos in piazza Santissima Annunziata nasce dalla volontà dell’assemblea di Non una di meno – Firenze insieme alle donne, persone trans, femministe e transfemministe di questa città. Crediamo che il governo di questa città debba formalizzare l’installazione in piazza Santissima Annunziata come tributo di memoria, cura e lotta alle vittime di femminicidio, e tributo a tutte coloro che lottano ogni giorno per sopravvivere alla violenza maschile sulle donne.

Abbiamo deciso di essere il grido altissimo e feroce per tutte coloro che più non hanno voce. Oggi facciamo irruzione nel decoro della città con i nostri corpi. Non vogliamo essere decorose, vogliamo essere vive. E finchè la violenza maschile continuerà a spezzare le nostre vite, non smetteremo di essere furiose, indecorose e libere.

Infine siamo state  di nuovo in Piazza Non Una Di Meno (Santissima Annunziata) per rimettere finalmente tutti i lucchetti e i fazzoletti fuxia a simbolo dei transcidi e dei femminicidi del 2021 e dei primi mesi del 2022 che, per ordine del Comune di Firenze e del sindaco Dario Nardella, erano stati tolti con il flessibile la mattina dello scorso 9 marzo, il giorno dopo dello sciopero globale transfemminista contro la violenza sulle donne.

A Dario Nardella , alla sua giunta e alla sua fissa per una città decorosa ma morta e alla mercé dei grandi capitali e del turismo mordi e fuggi rispondiamo con la pratica dal basso del Rito di sorellanza e con il fuoco della nostra rabbia, perché le storie di chi non c’è più sono le nostre, perché non ci accontentiamo di un drappo rosso sul David o di un’ennesima panchina rossa, perché siamo ogni giorno il grido altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce!

La nostra lotta continuerà

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L’otto marzo abbiamo scioperato dal lavoro produttivo e riproduttivo

Abbiamo scioperato nei pressi della sede di  Confindustria, l’associazione simbolo del lavoro d’impresa.  Durante la pandemia non sono mancate le dichiarazioni di esponenti di confindustria che rimarcavano: al primo posto le imprese, a ogni costo, anche al costo della salute di lavoratori e lavoratrici. L’importante è sempre stato che la macchina produttiva continuasse ad andare, anche quando le persone si ammalavano, finivano in ospedale, morivano. 

A fare le spese della retorica sul lavoro in pandemia sono come sempre e soprattutto le donne. Del totale delle persone che hanno perso il lavoro in pandemia oltre il 70% sono donne, sia native che ancora di più migranti, con e senza documenti. Siamo noi a aver rinunciato al lavoro per stare dietro ai figli, lasciati a casa dalla dad, noi ad aver dovuto lavorare il triplo per tenere insieme lavoro e famiglia, noi ad aver colmato i buchi di welfare e servizi. Il motivo per cui sono sopratutto le donne ad aver perso il lavoro è data spesso dalla natura del lavoro stesso. Impiegate nei servizi, con forme di lavoro part time, precarie, e quindi più esposte alle oscillazioni del mercato del lavoro. Essendo raramente nei posti di lavoro apicali, siamo anche quelle meno tutelate e “sicure” rispetto alla perdita del lavoro. Altrettanto penalizzate sono state le nuove assunzioni, sempre meno rispetto agli uomini. La forbice del gap salariale fra donne e uomini, cioè la disparità di salario, non ha fatto che allargarsi. di coloro che hanno perso il lavoro, le donne sono state anche coloro che hanno fatto più fatica a rientrare. 

Non è la pandemia responsabile della diseguaglianza sociale. La pandemia ha solo fatto esplodere diseguaglianze strutturali che storicamente relegano le donne a certi tipi di lavoro, o all’inattività produttiva, o alla sola cura dei propri familiari. Ci rifiutiamo di continuare a reggere un sistema basato sullo sfruttamento dei nostri corpi, che si regge sul nostro lavoro gratuito e sulla nostra disponibilità a sanare le lacune di un sistema di governo, di servizi, di welfare. Ci vogliamo sottrarre alla logica che ci vuole più povere, più malpagate, più sole, più relegate alla cura della casa e della famiglia, più silenziose di fronte ai soprusi. 

Secondo l’ultimo rapporto istat del 2018, sono 1 milione e 400 mila le donne costrette a subire molestie, soprusi e violenze sul posto di lavoro. Colleghi, superiori o altre persone che ci toccano, molestano, baciano, fino ad arrivare al tentativo di utilizzare il nostro corpo come merce, con la richiesta di prestazioni, rapporti o disponibilità sessuali in cambio di assunzioni, crescite professionali, accessi all’occupazione. Perchè spesso per la paura di perdere il lavoro dobbiamo accettare la mano sul culo del nostro capo, le battute sessiste dei colleghi, favori sessuali che ci garantiscano, anche questo mese, di poter sopravvivere. 

Anche da tutto questo oggi scioperiamo! Ci rifiutiamo di essere merce di scambio, di essere pagate meno e di lavorare peggio, di sobbarcarci il lavoro fuori e dentro casa, perchè è scontato che siamo noi a farlo. Ci siamo sentite sole per troppo tempo a tenere insieme i pezzi della nostra vita di fronte a un mondo che sistematicamente ci ha reso impossibile anche solo vivere dignitosamente. Il nostro è uno sciopero dalla solitudine, perchè non una di più accetti condizioni misere, non una di più sia molestata, non una di più sia relegata solo a certi lavori e posizioni e mai ad altre! 

Facciamo partire il nostro grido muto, ci sediamo per terra per un minuto per rappresentare il silenzio e la solitudine a cui siamo state confinate, e al termine liberiamo il nostro grido di rabbia e liberazione!

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L’otto marzo abbiamo scioperato contro ogni forma di guerra

La stessa logica di dominio dei corpi e dei territori riguarda la guerra. Scioperiamo dalla guerra come strumento di dominio, di regolazione dei conflitti, e di espressione di logiche geopolitiche maschili e machiste. Esprimere un netto rifiuto della guerra per Non Una di Meno significa rifiutare di schierarsi da una parte o dall’altra di due potenze mondiali in competizione per affermare il proprio potere. Le femministe condannano Putin e un governo invasore che usa la violenza di stato e il nazionalismo con le parole d’ordine di casa, patria e famiglia, ma anche chi in Europa e in Italia strumentalizza questa condanna per fomentare una corsa agli armamenti e giustificare un intervento bellico. L’invio di truppe e/o di armamenti nella zona di guerra non farà altro che alzare il livello dello scontro!
Mentre le sanzioni economico-finanziarie non scalfiscono il potere degli oligarchi russi ma stanno già duramente colpendo la popolazione civile, la guerra russo-ucraina sta rimettendo in discussione il già problematico progetto di rilancio economico europeo, avviato con NextGeneration Eu e con il PNRR. Le sue conseguenze saranno gravi anche in Europa e innescheranno una nuova pesantissima crisi economica globale. A pagarne il prezzo più alto saranno coloro che sono già stati pesantemente colpiti dalla crisi pandemica, le persone più povere, le donne, chi rifiuta i ruoli di genere, le persone migranti bloccate ai confini.

Non Una Di Meno si oppone a chi, anche in Ucraina, utilizza il nazionalismo come strumento di oppressione e discriminazione, e alla logica di un’accoglienza diversificata per i profughi, che ai confini dell’UE respinge o accetta in base al colore della pelle e alla nazionalità di provenienza.

Le femministe esprimono la loro solidarietà a chi sta subendo le violenze della guerra, allə migranti, ucraine e non, che fuggono dalle devastazioni, a tuttə coloro che in Russia si stanno ribellando al governo autoritario di Putin e sfidano la repressione più dura, alle donne ucraine in Italia, spesso costrette a condizioni di sfruttamento e emarginazione dal vincolo del permesso di soggiorno. Lo sciopero femminista e trasfemminista mette anche in discussione le condizioni violente della pace che produce violenza istituzionale, sui confini e gerarchie.

Questa riportata è una parte  del comunicato delle compagne femministe russe: 

Come cittadine russe e femministe, condanniamo questa guerra. Il femminismo come forza politica non può essere dalla parte di una guerra di aggressione e occupazione militare. Il movimento femminista in Russia lotta per i soggetti più deboli e per lo sviluppo di una società giusta con pari opportunità e prospettive, in cui non ci può essere spazio per la violenza e i conflitti militari.

Guerra significa violenza, povertà, sfollamenti forzati, vite spezzate, insicurezza e mancanza di futuro. Tutto ciò è inconciliabile con i valori e gli obiettivi essenziali del movimento femminista. La guerra intensifica la disuguaglianza di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani. La guerra porta con sé non solo la violenza delle bombe e dei proiettili, ma anche la violenza sessuale: come dimostra la storia, durante la guerra il rischio di essere violentata aumenta di molto per qualsiasi donna. Per questi e molti altri motivi, le femministe russe e coloro che condividono i valori femministi devono prendere una posizione forte contro questa guerra scatenata dalla leadership del nostro paese.

La guerra in corso, come mostrano i discorsi di Putin, è anche combattuta all’insegna dei «valori tradizionali» dichiarati dagli ideologi del governo, valori che la Russia avrebbe deciso di promuovere in tutto il mondo come missione, usando la violenza contro chi rifiuta di accettarli o intende mantenere altri punti di vista. Chiunque sia capace di pensiero critico comprende bene che questi «valori tradizionali» includono la disuguaglianza di genere, lo sfruttamento delle donne e la repressione statale contro coloro il cui stile di vita, autoidentificazione e azioni non sono conformi alle ristrette norme del patriarcato. La giustificazione dell’occupazione di uno stato vicino con il desiderio di promuovere norme così distorte e perseguire una «liberazione» demagogica è un altro motivo per cui le femministe di tutta la Russia devono opporsi con tutta la loro forza a questa guerra.

Le femministe sono una delle poche forze politiche attive in Russia. Per molto tempo le autorità russe non ci hanno percepito come un movimento politico pericoloso, e quindi rispetto ad altri gruppi politici siamo state temporaneamente meno colpite dalla repressione statale. Attualmente più di quarantacinque diverse organizzazioni femministe operano in tutto il paese, da Kaliningrad a Vladivostok, da Rostov-on-Don a Ulan-Ude e Murmansk. Chiediamo ai gruppi femministi russi e alle singole femministe di unirsi alla Resistenza femminista contro la guerra e unire le forze per opporsi attivamente alla guerra e al governo che l’ha iniziata. Chiediamo anche alle femministe di tutto il mondo di unirsi alla nostra resistenza. Siamo tante e insieme possiamo fare molto: negli ultimi dieci anni, il movimento femminista ha acquisito un’enorme forza mediatica e culturale. È tempo di trasformarla in potere politico. Siamo l’opposizione alla guerra, al patriarcato, all’autoritarismo e al militarismo. Siamo il futuro che prevarrà.

Chiediamo alle femministe di tutto il mondo:

– Di partecipare a manifestazioni pacifiche e lanciare campagne offline e online contro la guerra in Ucraina e la dittatura di Putin, organizzando le proprie azioni. Sentitevi libere di usare il simbolo del movimento femminista di resistenza contro la guerra nei vostri materiali e pubblicazioni, così come gli hashtag #FeministAntiWarResistance e #FeministsAgainstWar.

– Di diffondere informazioni sulla guerra in Ucraina e sull’aggressione di Putin. Abbiamo bisogno che il mondo intero sostenga l’Ucraina e si rifiuti di aiutare in alcun modo il regime di Putin.

– Di condividere questo appello con altre. È necessario dimostrare che le femministe sono contrarie a questa guerra e a qualsiasi tipo di guerra. È anche fondamentale far vedere che ci sono ancora attiviste russe pronti a unirsi per opporsi al regime di Putin. Siamo tutte a rischio di persecuzione da parte dello stato e abbiamo bisogno del vostro appoggio.

Insieme alle femministe russe e in tutta Europa, Non una di Meno chiede una cessazione immediata delle operazioni militari, di avviare le politiche di disarmo e di rifiuto dei patti miliari, un trasferimento delle spese militari al welfare, all’istruzione e alla sanità, libertà di movimento e un permesso di soggiorno europeo incondizionato per tutte e tuttx.
L’unica guerra che vogliamo è quella contro il patriarcato!

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